Sul palcoscenico una batteria, una panca illuminata, un telo trasparente sul fondo. Si accendono le luci, rosse, dense. Siamo in un locale notturno, il “Veleno”. Poi i due attori: uno (Galtieri) inizia a suonare la batteria, l’altro (Annoni) prende il microfono e parte con una canzone. Preceduto da un piccolo sipario di burlesque, assistiamo a uno spettacolo che mette in scena la vitalità dell’essere giovani, dove l’incalzare delle azioni che si susseguono, cadenzate dal ritmo della musica che avvolge e scandisce la storia, trova il modo di lasciare spazio, alla fine, a un ultimo, malinconico blues.

Nel 1959 Pasolini arriva in una Milano già protesa verso l’espansione economica, cinica e beffarda nei suoi locali alla moda, emarginata nelle vite di periferia, con un’anima ancora popolare e calda di balere e osterie ma invasa dalla cultura d’oltreoceano. Allo scrittore viene commissionata la sceneggiatura di un film: nasce così “La nebbiosa”, visione di una notte brava di cinque ‘Teddy boys’ milanesi. Il film, così come era stato scritto da Pasolini, non verrà mai girato.

Il Gimkana, il Teppa, il Rospo, il Contessa, Mosè e il Toni rivivono nello spettacolo attraverso la brillantina, i jeans e le t-shirt bianche, le canzoni (da non perdere una Wanda Osiris d’eccezione) e la rabbia della generazione postbellica che si affaccia al capitalismo dell’Italia degli anni ’50, grazie alla duttilità e all’intensità dei due multiformi attori, pronti a sdoppiarsi nei diversi ruoli. In un dialetto milanese che risuona ora popolare ora quasi ostile, cadenzato dai toni bassi e caldi della batteria, la storia vede i ragazzi rubare un’auto e intraprendere un viaggio nella notte, a capodanno, per la città della Madonnina, forse alla ricerca di una possibile identità, fino al drammatico epilogo.

Lo spazio teatrale prende la forma del racconto; la storia si incarna nella materia teatrale mentre i corpi degli attori si fanno portavoce di narrare, e urlare, la propria voglia di esistere: va in scena il profondo atto d’accusa di Pasolini al potere, al suo aspetto subdolo e manipolatorio delle coscienze. E dei personaggi, le cui azioni sono mosse da una società che non lascia loro (altro) spazio di affermazione se non una irridente, selvaggia, indolente furia. Per approdare all’estremo tentativo/impossibilità di fare di ogni estemporaneo “momento”, l’unica possibile verità.

Opera musicale, d’ispirazione violenta (alcuni temi saranno esasperati e scarnificati da Pasolini in Salò), che qui si arricchisce di una vena di misurata ironia pervasa da note malinconiche che inneggiano alla “nostalgia del mitico” (per usare le parole di Pasolini).

James Dean (Annoni, dannato, lo evoca) e Arancia meccanica, “Ragazzi di vita” nell’Italia del boom, trivialità che si innalza a lirismo, teatro di mezzi scarni (di una panca che si fa statua, auto, grattacielo e altro ancora), che da questa assolutezza crea un immaginario potente e intona acuti espressivi e surreali ed evoca, con lucide visioni, un sentire profondo.

In una regia al tempo stesso colorita e asciutta, tra balli con donne/vesti e danze noir, invenzioni continue, cambi di abiti, fiori, nell’accurata dignità degli oggetti di scena e la straordinaria complicità dei due strepitosi attori, arricchita dal contrasto tra la ribellione più spaccona di uno (Annoni) e quella quasi più subita dell’altro (Galtieri); tra una folle corsa in auto nella notte e l’orgia nella casa di un’alta borghesia molle e quanto mai facile a lasciarsi sedurre, fino alle periferie degradate di Metanopoli, ci sentiamo affini e uniti ai personaggi in scena. Ci commuove la barbona/madonna – liturgia dei pezzenti (Il Vangelo secondo Matteo?) – agghindata con collane e gioielli, falsi, rubati dai giovani a una statua della Madonna; colpisce l’umiliazione di un giovane esponente della borghesia; e quasi vorremmo essere con loro. Aiutarli nella loro fragilità, sostenerli nel loro gioco che si tramuta in spirale (auto)distruttiva e li divora; proviamo tenerezza per il loro desiderio di essere, siamo tentati di abbandonarci alle note soffuse della notte, forse (“seduzione del male”, ancora Pasolini), essere persino complici della loro efferata, frivola, fatale naturalezza. E stagliarci contro gli oscuri recessi del potere (e del tempo?), contro i protervi grattacieli della Milano dalle fondamenta di nebbia, “contro il fronte immenso della città”. E sentirci ancora ansimanti e vivi. Prima di tornare, superficiali, inconsapevoli e vinti, al ruolo che la società ci ha destinato. O forse solo fermarci un istante, udire un altro tocco della batteria, sentire la musica che parte ad intonare, remota, una canzone d’amore.

Diego Galdi

 

La nebbiosa

di Paolo Trotti e Stefano Annoni
con: Stefano Annoni e Diego Paul Galtieri
regia: Paolo Trotti
scene e costumi: Giada Gentile

produzione: Teatro Linguaggicreativi

dal 22 al 27 Gennaio ’19 al Teatro Linguaggicreativi di Milano