Dal “Progetto Manhattan” arriva un’inquietante parabola sulla condizione della donna

Una figura snella e ben disegnata; la fiamma oscura degli occhi grandi, mobilissimi; una sorprendente intensità dinamica nei tratti del volto. Questa la prima, superficiale immagine che offre di sé Cinzia Spanò, donna affascinante e attrice di sicuro mestiere, ma non soltanto: con La moglie mostra di possedere anche un notevole talento di scrittura teatrale.

Il pretesto drammaturgico è una riflessione sull’infausto Progetto Manhattan, che culminò nella messa a punto della bomba atomica. Ma il tema si sviluppa con un intelligente ed originale espediente narrativo, che non lo affronta in modo diretto, bensì attraverso lo sguardo di Laura, moglie del premio Nobel Enrico Fermi, uno degli scienziati che a quel progetto avevano collaborato attivamente.

Sullo sfondo si delineano le ombre lunghe di eventi tragici: le leggi razziali, lo scoppio della guerra, la Shoah. Ma la scena ci mostra, nella sua quotidianità, una ragazza innamorata, inizialmente ingenua, attratta (lei che è da sempre sensibile al fascino polimorfo ed ambiguo della parola) da un personaggio perennemente immerso nel mondo rigoroso delle scienze esatte. I due si sposano, ma Fermi, discriminato e umiliato dal regime fascista poiché “ammogliato a un’israelita”, compie la difficile, coraggiosa scelta di abbandonare l’Italia, e di trasferirsi con lei negli Stati Uniti.

La moglie

ph. Laila Pozzo

Dopo un periodo di illusoria felicità, Laura si ritrova nella gabbia dorata di Los Alamos, il luogo sperduto ove si sta mettendo a punto la bomba atomica, che da lì a qualche anno avrebbe annientato Hiroshima e Nagasaki. Un poco alla volta, Laura prende coscienza dell’orrore del progetto, la cui doverosa segretezza getta anche qualche ombra sul rapporto, pur sempre amorevole, fra i due. È un processo lento, che si sviluppa in un avvincente crescendo drammatico, che scaturisce dal racconto che ci fornisce Laura attraverso gli accadimenti domestici, le paure, ma che a volte sconfina, senza apparente soluzione di continuità, in momenti onirici, di forte impatto emotivo e teatrale.

Ma questa situazione offre a Cinzia, fedele a un suo impegno etico e civile (“Provo sempre il bisogno di trovare delle storie che raccontino qualche cosa che possa essere utile agli altri e a me stessa”, mi confida), la possibilità di una lettura di più ampio respiro teoretico, con la citazione del mito di Amore e Psiche che si sovrappone alla cronaca dei fatti, alla duplice dimensione, soggettiva e privata, che già si intreccia con quella pubblica, della grande storia. E la vicenda di Laura e del progetto Manhattan, alla luce del mito, diviene una parabola sulla condizione della donna, conculcata anche nel suo diritto alla conoscenza.

Questa la fabula e le sue implicazioni drammaturgiche, cui l’attrice Cinzia Spanò dà corpo e voce, con l’efficacia di chi ha maturato in sé, in profondità, il testo che è chiamata a interpretare, frutto di una rigorosa documentazione dei fatti e sulla figura di Laura Fermi che, a lungo sopravvissuta al marito, sarebbe diventata scrittrice e militante pacifista.

Teatro di parola, quindi, sostenuto da scelte scenografiche e registiche minimali quanto efficaci, a partire dal semplice ma fascinoso abito di Cinzia/Laura, ai modesti arredi dalle vernici scrostate, ai discreti ma puntuali interventi sonori; fino alla sabbia che, uscendo inopinatamente dal bricco del tè, si sparge sulle sedie e sul pavimento (Los Alamos, ricordiamo, era nel mezzo del deserto).

Un’ora e mezza di coinvolgente, avvincente affabulazione.

Claudio Facchinelli

 

La moglie, di e con Cinzia Spanò

Regia, scene e costumi di Rosario Tedesco

Luci di Giuliano Almerighi

Produzione Teatro dell’Elfo

 

Visto al Teatro dell’Elfo di Milano il 3 marzo 2017