Difficile testo di De Filippo al Teatro Le Laudi di Firenze, una sfida coraggiosa con la regia di Vincenzo De Caro.

Eduardo De Filippo ha sempre ricordato “La Grande Magia” come «la commedia che mi sta forse più a cuore e mi ha dato più dolore». Un’opera tanto bella quanto sfortunata, non compresa e fortemente attaccata dalla critica del tempo (1948), una commedia che Titina non poté recitare a causa della sua malattia, quantunque uno dei personaggi fosse stato scritto apposta per lei, un testo su cui Eduardo è tornato ben nove volte, nonostante le pochissime rappresentazioni (la prima al Teatro Verdi di Trieste nell’ottobre/novembre 1948, poi una brevissima tournée nella stagione 1949/1950 e infine la versione televisiva del 1964). Una scelta coraggiosa, quindi, quella di Vincenzo De Caro, regista dello spettacolo andato in scena lo scorso 16-17 gennaio (e in replica ancora il 23 e il 24) al Teatro La Laudi di Firenze, e della produzione di Sergio Grifoni e Fuori Scena. Una vera e propria sfida, anche perché il cast è composto da attori per la maggior parte fiorentini.

12575748_10208354722971710_1136997800_nOperazione ardita, ma non azzardata perché proprio Eduardo concepì la commedia “in italiano”, lontana dai canoni delle sue opere più partenopee. Fu appunto questa una delle accuse che gli furono rivolte: di aver tradito se stesso e di aver osato provare qualcosa di diverso, volendo imitare il grande Pirandello. È vero, Eduardo aveva collaborato con lo scrittore siciliano negli anni precedenti e, come spesso accade, ne era rimasto influenzato. È innegabile che “La Grande Magia” porti in sé i tratti grotteschi e psicologici che hanno da sempre caratterizzato la produzione pirandelliana, ma è vero anche che chi conosce a fondo Eduardo non può non ritrovare in questo testo i suoi “punti fermi”. Primo tra tutti la costruzione di un personaggio, Calogero Di Spelta (splendidamente interpretato da Lorenzo Lombardi), che, come i tanti creati da De Filippo, rifiuta di accettare gli aspetti più amari della realtà e preferisce vivere nell’illusione. Lorenzo Lombardi entra in scena “in punta di piedi” e rivela, poi, nel secondo atto, le sue doti attoriali restando sempre in bilico tra consapevole rassegnazione e pura follia. La condizione illusoria di Calogero è semplicemente più accentuata rispetto a quella di Luca Cupiello (di “Natale in casa Cupiello”) o di Pasquale Lojcono (di “Questi fantasmi!”), ma nell’osservarlo ci tornano subito in mente i grandi personaggi eduardiani.

12570848_10208354741332169_1127655407_nNovità, invece, la presenza di un secondo protagonista, il professore di arti occulte Otto Marvuglia, una figura ambigua perché ora artefice meschino dell’illusione, ora egli stesso vittima di giochi di magia che poi, nella sua misera realtà quotidiana, non gli portano l’ombra di un quattrino. Nei panni di questo eccentrico mago prestigiatore un impeccabile e accattivante Nicola Fornaciari, abile anche nel mostrare la parte più fragile – e più autentica – di Otto. Calogero e Marvuglia, due facce della stessa medaglia, due sconfitti dalla vita, due illusi-delusi. Entrambi possono raccontarsi tutte le storie che vogliono, ma la miseria (spirituale o economica che sia) li divora. Ne “La Grande Magia” il pensiero filosofico di Eduardo raggiunge l’apice, soprattutto quando il gioco di suggestione di un cialtrone qualsiasi viene paragonato a quel gioco, talvolta inspiegabilmente «diabolico», di un «illusionista ben più importante». Oltre al rimando metateatrale della tragicommedia, qui l’autore ci rivela un significato ben più profondo facendo quasi svanire i confini tra realtà e illusione e lasciando intendere che, forse, per far fronte ai dolori della vita tanto vale lasciar correre, non guardarli per quello che sono e fingere che tutto procede per il meglio. È proprio in questa direzione che Calogero Di Spelta giunge all’autocoscienza della propria esistenza e decide di sovvertire i ruoli, prendendo lui stesso in mano le redini dell’illusione a cui aveva dato inizio Marvuglia.

12625669_10208354741972185_912830042_nUno spettacolo luminoso e colorato dal punto di vista scenografico (graphic art di Angelo Codolo, oggetti scenici di Tina Birch Chimenti e costumi di Sergio Vannucci), in cui Vincenzo De Caro non può fare a meno di far emergere la sua origine napoletana. L’ambientazione volutamente a-spaziale e a-temporale della messinscena da lui ideata conserva, infatti, forti richiami a Napoli, al suo spirito e ai suoi costumi, con simpatiche e riconoscibili citazioni ad artisti noti. Nessun fronzolo stonato e le due ore di rappresentazione mantengono il pubblico inchiodato alla sedia, commuovono e fanno ridere di fronte al paradosso esistenziale che viene narrato. Ma il merito di questo lavoro sta soprattutto nella cura con cui sono stati “pittati” i personaggi, interpretati da un gruppo di ottimi attori che circolano nel circuito teatrale fiorentino: di origini partenopee Serena Politi (aiuto regista che veste in modo brillante e sensibile i panni di Zaira, moglie e collaboratrice di Marvuglia) e Michele Cimmino (spassoso servitore di Calogero, bravissimo nei tempi comici); dalla recitazione fine ed energica i già noti Patrizia Ficini e Vanni Monsacchi, nonché in un ruolo simpaticissimo Maurizio Pistolesi. Completano il quadro, restando tutti su un livello di alta qualità: Romina Bonciani, Deborah Castellucci, Marcello Sbigoli, Francesco Magnelli, Francesca Palombo, Marco Bianchini.

Firenze –  TEATRO LE LAUDI, 17 gennaio 2016

Mariagiovanna Grifi

LA GRANDE MAGIAAutore: Eduardo De Filippo; Regia: Vincenzo De Caro; Produzione: Sergio Grifoni e Fuori Scena; Aiuto regia: Serena Politi; Costumi: Sergio Vannucci; Oggetti scenici: Tina Birch Chimenti; Immagini fotografiche: Marialuisa Sterlino; Musica e Graghic Art Work: Angelo Codolo; Disegno luci: Lorenzo Castagnoli; Interpreti: Nicola Fornaciari, Lorenzo Lombardi, Serena Politi, Romina Bonciani, Marcello Sbigoli, Maurizio Pistolesi, Patrizia Ficini, Vanni Monsacchi, Marco Bianchini, Deborah Castellucci, Michele Cimmino, Francesco Magnelli, Francesca Palombo.