Il contesto e l’atmosfera

Le lastre rugose che pavimentano le strade sono della medesima pietra che disegna le modanature, le cornici, gli archi, i pilastri degli edifici rinascimentali dai massicci portoni inchiavardati, dove però la pietra serena ha sfumature diverse, è a volte corrosa, sfarinata, pur conservando la sua antica, austera nobiltà.

Il Borgo (come qui ancora si indica Sansepolcro), interamente cinto dal quadrato delle mura medicee, ha dato i natali a Piero della Francesca e al matematico Luca Pacioli, mentore dello stesso Piero e di Leonardo da Vinci. Nel Museo Civico, oltre alla Resurrezione e al Polittico della Misericordia, in una mostra temporanea sui rapporti fra i tre grandi personaggi, si trovano i disegni con i quali Leonardo ha illustrato i solidi studiati da Luca: quasi un’anticipazione delle inquietanti fantasie geometriche di Escher.

In questo piccolo centro (16.000 abitanti), gravido di vestigia storiche, scientifiche e artistiche, situato in quel pezzo di Toscana che si incunea fra Marche, Umbria e Romagna, si è tenuta quest’anno, dal 14 al 22 luglio, la quindicesima edizione del festival Kilowatt, ideato e diretto da Lucia Franchi e Luca Ricci.

Prima di entrare nel merito di quanto visto (cui si dedicherà un articolo successivo), vale la pena di illustrare alcuni tratti caratteristici del festival, che fanno di questa iniziativa, nel pur vasto e variegato panorama italiano, un caso particolare.

Il primo elemento è l’attenzione posta alle opportunità di incontro fra le persone. Dietro i pilastri e gli archi del Palazzo delle Laudi (anch’essi disegnati dalla pietra serena), dal tardo pomeriggio pulsa il cuore del festival: c’è la segreteria, con le giovani e spiritose Chiara e Irene (“Cambiamo vestito ogni giorno, come a Sanremo”); ma anche un salotto dove sedersi per leggere Sipario, o farsi un aperitivo. Poi, dalle sette fino a notte alta, ci si può rifocillare con la panzanella, la pasta fredda, la pappa al pomodoro, le verdure grigliate, i dolci casalinghi, la macedonia: il tutto ammannito con dolcezza materna da Alessia (quattro figli), o anche bere un bicchiere di vino, o un boccale di birra spillato con sguardo malizioso da Emanuela.

Con l’avanzare della notte, seduti ai tavoli foderati di carta bianca, si assiepano artisti, giornalisti, normali spettatori; e le discussioni, i giudizi appassionati su quanto visto si sprecano, catalizzati dal crescente tasso alcolico. Ma anche per il pranzo, artisti e operatori sono dirottati in locali convenzionati, uno diverso ogni giorno: quello giovanilistico, in stile pub; la semplice tavola calda; anche lo storico Ristorante Fiorentino, dover ritroviamo l’inappuntabile Alessia.

Festival Kilowatt

ph. Elisa Nocentini

In parallelo a Kilowatt, da una decina di anni Lucia e Luca hanno ideato un progetto complesso e strutturato, mirato alla partecipazione dei cittadini del contado (o, come si dice oggi, del territorio), non solo durante i giorni del festival.

Fin dalla primavera, un nutrito gruppo di non addetti ai lavori, ma curiosi e interessati al teatro, anche nelle sue forme più ardite, viene coinvolto nella scelta degli spettacoli da proporre al festival. A sezioni, si assumono l’impegno di visionare i video proposti dalle compagnie (da cui la loro simpatica denominazione: i “Visionari”) e, dopo un lungo processo di confronto e discussione, ove anche la direzione artistica si riserva uno spazio di mediazione, nove dei quarantacinque spettacoli in programma escono dalle loro scelte. Ma il ruolo dei Visionari non si esaurisce qui: nelle mattinate seguenti le tre serate in cui si concentrano i lavori da loro scelti, il gruppo si confronta con le compagnie andate in scena la sera precedente. Emergono anche pareri discordi (non tutte le scelte, ovviamente, avvengono all’unanimità); alla discussione partecipano anche i giornalisti accreditati, ma la lucidità e la pertinenza degli interventi dei Visionari (persone delle più svariate età ed estrazioni culturali) è spesso di una qualità sorprendente. Una pratica, tra l’altro, salutare anche per gli artisti, costretti a confrontarsi col loro pubblico e, a volte, a misurare la distanza fra le intenzioni dichiarate e la resa spettacolare.

Gli spazi scenici sono il Teatro della Misericordia e l’Auditorium Santa Chiara, ma lo spettacolo previsto a metà serata si svolge su un palco montato in Piazza Torre di Berta, e di regola ha un carattere di presa più immediata, anche su un pubblico di bambini, che si precipitano ad occupare le sedie a sdraio delle prime file.

Ma c’è un altro progetto, organico al festival, apparentemente secondario, ma qualificante.

Come si sa, la cosiddetta “Buona scuola” ha istituzionalizzato l’esperienza di alternanza scuola lavoro nelle superiori. Se già non era facile progettare degli stage che non fossero perdite di tempo negli istituti tecnici, qualche problema in più nasceva per gli studenti che frequentano il liceo. Dove mandarli? Cosa far fare loro? Certo, ci sono le biblioteche, i musei, gli archivi… ma quest’anno gli organizzatori di Kilowatt sono andati a proporsi nelle scuole della zona.

Mi riferisce della sua esperienza Sofia, una bella ragazza dai lunghi capelli castano scuro, sguardo attento e curioso. Ha diciassette anni, è di Sansepolcro, e ha frequentato a Città di Castello il quart’anno del liceo classico “Plinio il Giovane”.

“L’anno scorso avevo fatto animazione con i bambini nei campi estivi, ma quest’anno volevo cimentarmi con qualcosa di diverso. Non volevo correre il rischio di fare fotocopie, o preparare il caffè. E quando Massimo (il direttore organizzativo del festival) è venuto a scuola a parlarcene, ho capito che era quello che cercavo. Eravamo in sette: cinque ragazze e due ragazzi. Il nostro compito era preparare i camerini per gli artisti, sia alla Misericordia, sia a Santa Chiara. E poi predisporre le biglietterie, procurare che i tavoli, alle Laudi, fossero sempre forniti dei volantini e dei programmi del festival; disporre le sedie a sdraio in piazza, e riporle dopo gli spettacoli; ma anche dare una mano a Gianluca, responsabile dei social-media…”.

 ph. Elisa Nocentini

“In generale”, le chiedo, “è stata un’esperienza positiva?”.

“Certo: la rifarei il prossimo anno. Ed è stato importante che gli organizzatori pretendessero molto da noi, fin nei dettagli: il loro entusiasmo, la loro passione, le loro aspettative nei nostri confronti ci erano di stimolo. Pur da questa limitata prospettiva, credo di essermi fatta un’idea di cosa è il mondo lavorativo (che è anche il principale obiettivo dell’alternanza scuola-lavoro): la necessità di essere sempre in orario; l’importanza dell’efficienza in ogni singola mansione affidata, in modo che ogni singolo settore organizzativo del festival (logistica, social, accoglienza) funzioni bene, e la macchina nel suo insieme possa ingranare.

Quando sono arrivata avevo già sentito parlare diverse volte di Kilowatt, ma non sapevo di che teatro si trattasse. Ovviamente non pensavo a un teatro di tipo goldoniano, ma sono entrata in contatto con forme artistiche che non conoscevo, e che grazie al festival ho imparato ad apprezzare”.

Una testimonianza, quella di Sofia, che da un lato completa il quadro dell’atmosfera che si respira a Kilowatt, dall’altro ne sottolinea la funzione educativa e culturale ad ampio raggio: un pregio non da poco.

 

Claudio Facchinelli