Uno sguardo sugli spettacoli

Si direbbe che le forme espressive inseribili in quella categoria che ormai, per evitare esclusioni, chiamiamo “spettacolo dal vivo” siano in continua espansione; e anche a Sansepolcro, come altrove, hanno trovato spazio generi che fino a qualche anno fa avevano scarsa visibilità.

Fra questi, il circo, con quatto spettacoli per lo più stranieri, fra i quali da segnalare almeno Be-On, dello sgargiante gruppo di atletici acrobati e giocolieri etiopi di Fekat Circus; o A pied du mur, della coppia francese di 100 Racine, con il divertente gioco di arrampicate e di corde che ha concluso festosamente il festival in Piazza Torre di Berta.

Ma non trovo, invece, una tassonomia che mi venga in aiuto per ascrivere ad un genere definito il suggestivo Wunderkammer 10. Adoratori di feticci, di Zaches, un itinerario disseminato da raffinati manufatti e inquietanti presenze umane e zoomorfe, fra il peep show e il baraccone da luna park; o l’intrigante percorso interattivo di The invisible city, progettato dall’artista fiorentino Daniele Bartolini, naturalizzato canadese, nei locali e nel giardino di una labirintica casa abbandonata, che coinvolge cinque spettatori per volta in una sorta di inconsapevole psicodramma; o ancora Costruire è facile, di Batignani & Falloppa: un omaggio collettivo a Bruno Munari, sorretto da un sincero impegno ecologico, che sollecita la divertita creatività di venti spettatori. Ma la difficoltà di classificazione non impedisce di riconoscere a queste proposte una originalità e accuratezza di progettazione che genera emozioni, godimento estetico, e anche riflessioni non banali.

Scorrendo il programma, ben tredici spettacoli (sui quarantacinque totali) sono classificati come “danza”.

In New Horizon, sono gli stessi danzatori/performer (il coreografo Francesco Marilungo con Alice Raffaelli) a muovere nella semioscurità una serie di tubi al neon a luce azzurra, che suggeriscono inizialmente forme di organismi primigeni, dai movimenti lentissimi, che evolvono successivamente in figure umane, mentre l’accompagnamento sonoro si fa più violento e ritmato, e le luci di taglio scolpiscono i corpi con fascinosi chiaroscuri caravaggeschi.

Anche in Tutt’uno, di Sa.Ni. (Daria Sguotti e Nicola Cisternino) la coppia crea immagini di forte impatto figurativo nell’intreccio dei due corpi che, inizialmente nudi, sembrano alludere al mito platonico dell’ermafrodita, per poi assumere le movenze (e gli abiti) della quotidianità.

Foto di Luca Del Pia

Mi rendo conto che, da non specialista, il mio approccio all’arte cara a Tersicore è più emozionale che critico, ma provo spesso un certo sconcerto nel confrontare le sensazioni che, nella sua sublime ambiguità semantica, mi suscita questa espressione artistica, con le intenzioni dichiarate.

In particolare per Animula, scritto e interpretato da Daria

Foto di Luca Del Pia

Menichetti, non è agevole ritrovare il senso della delicata poesia che l’imperatore Adriano dedica all’anima nelle conturbanti posizioni da contorsionista della danzatrice, ben truccata, in lingerie color carne. Sommessamente, vorrei notare che, per fornire motivazioni di alto profilo a esibizioni coreutiche, ancorché tecnicamente impeccabili, si richiederebbe una più solida e meditata base culturale.

Foto di Luca Del Pia

Una diversa chiarezza ed efficacia del messaggio caratterizza il breve “a solo” di Olimpia Fortuni, Soggetto senza titolo, drammaturgicamente più articolato, che veicola un appassionato e sincero impegno ambientalista. Un ruolo artistico ed estetico fondamentale assume la graduale spogliazione della danzatrice, che appare inizialmente simile a una sorta di inquietante spaventapasseri, e si libera gradualmente della sua scostante crisalide, fino a offrirsi nella sua indifesa, disarmante nudità sullo sfondo di fascinosi, sconvolgenti paesaggi naturali.

Foto Luca Del Piai

Un impegno civile di altro segno, ma non meno ficcante, è nell’ironico My Place, di Qui e ora + Silvia Gribaudi, che porta sulla scena tre donne succintamente vestite, dai corpi decisamente non canonici. Dopo un iniziale sconcerto, lo spettatore entra nella logica di una spiritosa satira della civiltà dell’apparire. Si pensa a John Belushi, o a La danza, di Henri Matisse; e il vitalismo creativo di quei tre corpi atipici, le cui sagome sono sapientemente amplificate ed intrecciate in un gioco d’ombre proiettate sullo schermo, coglie il suo obiettivo.

Foto di Luca Del Pia

Un naturalismo delicato, fra danza e grafica computerizzata percorre La casa dal panda, prodotto dal TPO e dal Tong Production di Pechino: uno spettacolo interattivo mirato specialmente ai piccoli spettatori, ispirato alla cosmologia del Tao.

The hard way to understand each other, di Teatro presente (ma perché questo dilagante utilizzo dell’inglese?) è una spiritosa satira della civiltà digitale che scommette sulla possibilità di raccontare una storia senza usare la parola: forse un omaggio alle geniali invenzioni di Jacques Tati.

Il programma del festival, intitolato quest’anno “Il principio speranza”, prevedeva alcuni spettacoli di richiamo, come quelli di Ascanio Celestini e di Ermanna Montanari (madrina di questa edizione), cui non ho avuto modo di assistere.

Fra quanto visto, cito di passaggio il pirotecnico, politicamente scorretto, irresistibile Leo Bassi col suo The best of, e lo spiritoso monologo Act to forget del belga Ton Struyf sulla memoria (in lingua olandese).

Un umorismo lunare percorre Hallo! I’m Jacket – Il gioco del nulla, della compagnia Dimitri – Canessa: un’ora di ininterrotte gag, con un occhio al cinema muto, a Chaplin, all’avanspettacolo, con effetti di comicità a getto continuo, che forse lascia un po’ in ombra l’intento satirico.

Foto di Elisa Nocentini

Con Terra matta Stefano Panzeri conferisce appassionante spessore teatrale all’autobiografia di Vincenzo Rabito, conservata presso l’Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano: una storia minore sullo sfondo della grande storia, scandita dal duttile, discreto contrappunto sonoro della fisarmonica di Francesco Andreotti.

Foto di Luca Del Pia

In Aparte “Vedi alla voce Alma”, la cifra stilistica è ancora quella spiazzante e sarcastica delle Nina’s Drag Queens; ma qui si tratta di un monologo scritto e interpretato da Lorenzo Piccolo (regia di Alessio Calciolari) che coniuga con intelligenza due aspetti complementari dell’identità femminile, rispettivamente rappresentati dalla infelice, anonima protagonista de La voce umana di Jean Cocteau, e da Alma Mahler, ninfa ispiratrice di Oskar Kokoschka (e non di lui soltanto): un lavoro beffardo, con eleganti e raffinati ammiccamenti figurativi agli anni della Secessione Viennese.

Foto di Luca Del Pia

Giovanna d’Arco – La rivolta, di Pupi Lunari è l’ardita ma non incongrua interpretazione che Carolyn Cage, drammaturga americana, attivista femminista e lesbica, offre della Pulzella d’Orléans. La felice congiunzione di una regia attenta e intelligente (Ester Tatangelo e Luchino Giordana), di una scenografia costruita con suggestive gabbie di luce (Diego Labonia), della fascinosa presenza scenica dell’interprete (Valentina Valsania) ne fanno uno spettacolo di grande impatto artistico ed emozionale.

Infine, due parole su The Olympic Games, di Chiara Bersani e Marco D’Agostin. Confesso che, malgrado la mia ormai ventennale frequentazione del teatro del disagio, ancora non ho imparato ad affrontare con equilibrio l’approccio alle cosiddette diverse abilità. Il ricatto emotivo altera un sereno tentativo di valutazione. In questo caso, in particolare, provo difficoltà a entrare nella logica della voluta contrapposizione che caratterizza lo spettacolo: da una parte, l’esibizione di un muscoloso corpo maschile, quasi da adepto al culturismo; dall’altra, del faticoso tentativo di superamento dei limiti fisici di una intrepida teatrante disabile.

A più riprese la critica teatrale ha affrontato il tema– mi ci sono cimentato anch’io – ma, a tutt’oggi, temo manchi ancora una risposta compiuta e convincente alle molte domande che esso pone. Un buon motivo per cercare di approfondire ulteriormente il discorso.

 

Claudio Facchinelli

Kilowatt Festival, Sansepolcro, dal 14 al 22 luglio 2017.