Siamo Qui” è il primo album ufficiale del collettivo Keepalata disponile da martedì 28 settembre su tutte le piattaforme digitali, pubblicato da Aldebaran Records.

Brigante, Cario M, DonGocò e Libberà, questi i nomi dei componenti della formazione calabrese, nonostante siano in attività da circa vent’anni con i rispettivi progetti solisti e varie attività come Keepalata, pubblicano per la prima volta un full lengh ufficiale di tredici tracce e una bonus track (disponibile solo per la release digitale). Questo disco, quasi interamente composto, prodotto e arrangiato da Libberà, è una mappa dei territori esplorati nei viaggi artistici e umani dei singoli componenti. Sia i testi che le produzioni, infatti, spaziano arrivando a toccare poli opposti: dalla cronaca contemporanea alle riflessioni esistenziali, dal linguaggio di strada ai viaggi spirituali, dal clubbing al conscious.

Ragazzi cosa rappresenta la musica per voi?

La musica per noi è una forma di presenza, un noi diverso da noi, ma comunque rappresentazione di noi stessi. È la possibilità di esserci anche nell’assenza.

Mi indicate tre cantanti che hanno maggiormente influenzato il vostro percorso artistico.

Come minimo comune denominatore di noi quattro potremmo dire: Michael Jackson, James Brown e Giorgio Gaber.

Descrivetevi con tre aggettivi.

Variegati, crudi, infiammabili.

Come è nato “Siamo Qui”?

La genesi di “Siamo qui” affonda le radici negli albori dei nostri percorsi musicali. Abbiamo iniziato questo viaggio di musica insieme e fin dai primi giorni abbiamo sempre collaborato ma mai per un lavoro di lunga misura e ufficiale ben curato come “Siamo qui“. Questo perché abbiamo tempi di produzione molto diversi. Il lockdown ci è stato molto utile, permettendoci di sincronizzare gli orologi.

Quanto conta “essere personaggi” nella musica di oggi?

Nella musica, oggi come ieri, poco e nulla. Nel mercato della musica e dello spettacolo, oggi come ieri, tantissimo. Lo spettacolo è fatto di personaggi che rappresentano l’anima della persona. La musica non ne ha bisogno, può usarli ma non è un fattore indispensabile.

Foto di Alessandro Amantea

L’idea del videoclip in cui diventate dei puppet animati è molto carina. Come è nata?

L’idea è nata grazie a una coincidenza. Mentre pensavamo a come realizzare il video, DonGocò aveva appena collaborato con Elisa di Cristofaro, artista di teatro corporeo e puppets. Per “Siamo qui” stavamo pensando di fare qualcosa di diverso dal solito, le sonorità ci ispiravano un’atmosfera surreale, ma allo stesso tempo il testo ci suggeriva qualcosa di molto concreto. Allora l’idea di lasciare spazio a delle rappresentazioni di noi immerse in un mondo totalmente “altro” rappresentato dalle animazioni grafiche di M.Bod e Automator 3000.

C’è un artista con cui vi piacerebbe collaborare?

Un nostro faro è DJ Lugi con il quale pur avendo già collaborato (in Kalibri Kalabri per esempio) vorremmo tornare a lavorare. Poi ci sono diversi artisti che stimiamo, anche molto distanti tra loro, Funky Pusherz, Giorno Giovanna, Mirco Menna, Joe Barbieri, Meg, Travis Scott… perché limitare i sogni?

Se non foste diventati musicisti, cosa vi sarebbe piaciuto fare?
Diciamo che non siamo diventati musicisti, più che altro la musica e il rap sono aspetti che ci portiamo dietro anche nel “vivere quotidiano”. Ognuno con le sue attività, tra le quali il rap è senza dubbio quella che condividiamo maggiormente.

Come vi vedete tra una decina di anni?

Con dieci anni di esperienza in più, quindi molto più giovani e forti di oggi. Poi chissà se saremo incatenati in dei campi di concentramento, oppure evoluti a tal punto di volare, o in una montagna a preparare erbe curative!

 

Valerio Molinaro

 

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