FIRENZE . Fino al 28 settembre 2014 una mostra alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti celebra il maestro veronese chiamato a lavorare alla corte dei Medici.

 

Fig 5Jacopo Ligozzi fu un artista che seppe interpretare come pochi altri il gusto del suo tempo e, in particolare, della corte fiorentina, per cui lavorò dal 1575 fino alla morte, nel 1627. In oltre cinquant’anni realizzò disegni di piante e animali, dipinti celebrativi e religiosi, modelli per incisioni, ricami, arredi e gioielli, costumi per spettacoli, apparati teatrali, nonché le decorazioni per uno dei cannocchiali di Galileo e per la nave che nel 1589 portò a Firenze Cristina di Lorena, promessa sposa di Ferdinando dei Medici. Una versatilità che spinse Filippo Baldinucci a definirlo «artista universalissimo» e che oggi è attestata dalla bella mostra curata da Alessandro Cecchi, Lucilla Conigliello e Marzia Faietti. Fino al 28 settembre 2014 si possono vedere alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti oltre un centinaio di opere, tra cui prestigiosi prestiti internazionali, a cui si aggiungono le 44 tavole botaniche esposte in contemporanea al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi.

Un nome, quello di Ligozzi, spesso sconosciuto al grande pubblico, ma che merita maggiore attenzione, non solo da parte dei cultori dell’arte del XVI e XVII secolo. Visitare la mostra fiorentina riserva, infatti, piacevoli scoperte. A cominciare dallo splendore dei disegni naturalistici che documentano nel dettaglio la straordinaria perizia tecnica, la finezza calligrafica e il sapiente uso della luce applicati da Ligozzi nel ritrarre piante e animali. Un’accurata campionatura scientifica eseguita dietro richiesta di Francesco I e apprezzata anche da un illustre protoscienziato quale il bolognese Ulisse Aldrovandi, che rimase ammirato da «tutte le pitture dipinte al vivo dal signor Jacomo Ligozzi, a’ quali non mancha se non il spirito». E d’altra parte è innegabile l’emozione davanti a capolavori di precisione come il “Fragolino”, l’“Orata”, l’“Iride inglese e Giaggiolo orientale”, il “Tulipa Gesneriana”, o ancora il “Parrocchetto dal collare” e il coloratissimo “Pappagallo”. Un’abilità descrittiva applicata anche a splendide figure in costume orientale, quali il “Mufti”, «Papa dei turchi» nell’atto di ammansire un «mostro», o la “Donna turca”, la cui didascalia recita: «Le Donne Turche siedono nelle loro case nel modo qui disegnato, et vestono».???????

Le profonde conoscenze naturalistiche si ritrovano poi in opere quali l’enigmatica allegoria della “Virtù tormentata”, riscoperta da non molti anni in collezione privata. Un quadro inquietante, interpretato come la Virtù difesa da Amore contro l’assalto di due ‘demoni’, probabilmente Ignoranza e Pregiudizio. Tra i molti e accurati dettagli spiccano le ali di uno dei due spiriti malvagi, ‘rubate’ a un volatile predatore, conferendo così al dato naturale un significato d’orrore morale.

La versatilità artistica e la competenza tecnica, unite all’originalità dell’invenzione, valsero a Ligozzi la commissione di numerosi apparati celebrativi per occasioni liete e tristi, quali i funerali di Francesco I (1587), le commemorazioni per Filippo II di Spagna (1598), le nozze di Maria dei Medici (1600). Ma la consacrazione in campo spettacolare avvenne nel 1608, grazie al grande successo riscosso dall’arco di trionfo per l’ingresso di Maria Maddalena d’Austria. Per la stessa occasione l’artista ideò due sorprendenti imbarcazioni da parata di cui resta memoria nelle acqueforti di Remigio Cantagallina: un vascello-pavone e una nave dalla forma di enorme e realistica locusta. Imperdibili poi i “Modelli per bicchieri da capriccio”, raffinati e spettacolari esempi di virtuosismo, destinati alle sontuose apparecchiature dei banchetti.Fig 4

Oltre che artista di corte, Ligozzi fu un pittore profondamente toccato dalla religiosità e dall’inquietudine spirituale del suo tempo. Lo attestano le grandi pale d’altare per le chiese fiorentine, o quello che può essere considerato il suo testamento spirituale: il ciclo delle quattro tele con la “Passione di Cristo” affrescato per Maria Maddalena d’Austria. Ma ciò che più colpisce sono i quadri dedicati al tema delle ‘allegorie morali’ (abbiamo già accennato alla “Virtù tormentata”) e della ‘vanitas’. Si veda la potenza e l’orrore visionario dei due ritratti maschili conservati a Bodnant. Sul verso di entrambe le tele sono raffigurate due nature morte macabre, con le teste mozzate dei due giovani in avanzato stato di decomposizione, attorniate da oggetti allusivi ai vizi umani. Un sentito monito contro la vanità delle cose del mondo.

 

Lorena Vallieri

“JACOPO LIGOZZI ‘PITTORE UNIVERSALISSIMO’ (Verona 1549 c.-Firenze 1627)” – a cura di Alessandro Cecchi, Lucilla Conigliello e Marzia Faietti, con la collaborazione di Anna Bisceglia, Maria Elena De Luca e Giorgio Marini.

Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti (27 maggio-28 settembre 2014).

www.unannoadarte.it