In occasione della messinscena dello spettacolo “Some girl(s)” di Neil LaBute al teatro Piccolo Eliseo di Roma fino al 14 febbraio p.v., abbiamo intervistato Marcello Cotugno e Gabriele Russo, rispettivamente regista e protagonista della pièce teatrale.

marcello cotugnoMarcello, tu sei molto impegnato su diversi campi in veste di filmmaker, autore, scrittore, etc…, però non abbandoni mai il ruolo di regista teatrale. Cos’è che ti tiene così legato al mondo del teatro, al palcoscenico?
In realtà questo per me è il primo lavoro, di base la mia natura è quella di regista. Il teatro è una cosa che uno si porta dentro, l’atmosfera che si respira, i teatri vuoti ad esempio, è una forma di spiritualità che se ti assale non te ne liberi più ed è una sensazione che non dà né il cinema né la televisione. Anche per la compresenza che c’è tra attori e pubblico, infatti io spesso i miei spettacoli li vedo quasi tutte le sere. E’ un procedimento catartico anche per il regista, tutto il periodo delle prove o il periodo in cui si lavora anche non propriamente sul testo ma su una forma più laboratoriale – come abbiamo fatto anche per Some girl(s) – è un processo che arricchisce non solo artisticamente ma anche umanamente. E’ una forza importante anche perché io baso il mio lavoro su un concetto di orizzontalità, ossia io non sto lì a dire all’attore cosa deve e non deve fare ma cerco di interagire con lui perché sono convinto che se l’attore in scena si sente a suo agio può dare il meglio di sé, io voglio proprio questo quindi non ci sono imposizioni.

Ti dedichi spesso ai testi di Neil LaBute (ricordiamo tra gli altri “Relazioni”, “La distanza da qui”, etc…), di cui hai curato anche le traduzioni. Questo di “Some girl(s)”, nello specifico, è sempre più che attuale, la figura dell’uomo-Peter Pan è infatti una realtà costante. Quale elemento hai voluto mettere in evidenza nel tuo adattamento? la tua scelta è stata influenzata da esperienze personali?

Le traduzioni dei testi di Neil LaBute, come anche in questo caso specifico, le faccio insieme a Gianluca Ficca, un traduttore con il quale collaboro da tempo. In realtà, quando si tratta di tradurre i testi di Neil LaBute non si parla mai di adattamento perché la drammaturgia anglosassone e, in generale, la drammaturgia contemporanea prevede una certa fedeltà al testo, quindi diciamo che il nostro intervento è stato più interpretativo, troviamo le parole giuste da esprimere in scena. In più, la traduzione viene costantemente filtrata durante le prove, ci si perfeziona sempre mantenendo però la fedeltà al testo originale. Per quanto riguarda gli elementi evidenziati, la sindrome di Peter Pan, che hai citato, ho fatto in modo che risultasse una cosa ambivalente. In realtà LaBute parla di queste donne che sono sottomesse all’uomo ma in realtà dà a queste donne dei nomi maschili ed al protagonista il nome Guy (ragazzo), quindi questo vuol dire che la cosa – la sottomissione – può avvenire anche al contrario. Secondo me in questo testo si parla della liquidità delle relazioni e della difficoltà che oggi si ha a prendersi delle responsabilità, sia da parte degli uomini che delle donne. Un’altra cosa importante è stata quella di seguire quelle che sono state le ispirazioni di LaBute – il “Candido” di Voltaire e i film di Eric Rohmer – infatti ci sono due citazioni all’interno dello spettacolo. Nella mia vita personale io sono stato sicuramente un po’ Peter Pan, in alcune situazioni sono stato un po’ Gay ma anche un po’ tutte le donne del cast, nel senso che certe esperienze e certi dolori li passiamo tutti, poi ad un certo punto si arriva a quella maturità e a quell’equilibrio per cui si pensa che certe cose siano superate. Nessuno si salva da questo processo di continua crescita.

Gabriele RussoGabriele, ti possiamo definire un artista poliedrico essendo contemporaneamente attore e regista teatrale ed essendoti distinto anche per adattamenti originali quali “Odissè” e “Arancia Meccanica”. Ogni personaggio che interpreti necessita di uno studio di immedesimazione per vestire il personaggio come una doppia pelle. In questo caso, quanto lavoro c’è dietro e quali invece sono i punti in comune, se ce ne sono, con Guy di Neil LaBute?

In questo caso sono stato piuttosto fortunato perché ho trovato un autore che, probabilmente, non affronterei come regista ma mi piace molto per l’aspetto recitativo perché ha assemblato dei ruoli in cui mi ci vedo molto. C’è un aspetto immedesimativo che viene piuttosto naturale e, in particolare in questo testo, c’è quasi una convivenza fra alcuni aspetti della mia vita passata ed il personaggio, che rappresenta anche un po’ le inquietudini di un uomo che non vuol crescere, che poi devo dire è una fase che noi uomini attraversiamo e la possiamo superare se facciamo degli scarti emotivi oppure restiamo ingabbiati a vita in questo sentirsi eterni Peter Pan, in questo continuo non saper scegliere. Ci sono degli aspetti di Guy in cui ho potuto attingere a delle cose personali, non nella narrativa in sé per sé – perché non sono andato a salutare le mie ex – ma sicuramente dentro di me sono rimasti degli agganci al passato, ripensamenti, nostalgie, sensi di colpa. A differenza di Guy che è ha un aspetto più egocentrato, io sono meno ego-riferito quindi per arrivare al personaggio da questo punto di vista ho dovuto lavorare, mentre il personaggio è arrivato a me in modo più naturale nell’inquietudine.

Per diversi uomini, potrei anche azzardare per la maggior parte, crescere e mettere su una propria famiglia è un passo molto difficile, più si va avanti e più ci sono 40enni ancora single per scelta e/o nella condizione di eterni fidanzati. Come affronti gli anni che passano e come ti vedi nei panni di futuro marito/compagno/padre? o sei anche tu legato alla tua condizione di uomo “libero”?

C’è una bipolarità in questo perché, da un lato, c’è una parte di me che tende a vedersi sempre molto giovane, mentre ce n’è un’altra che è cresciuta sicuramente e credo che uno degli aspetti che più faccia crescere, almeno nella mia esperienza personale, è l’assunzione di responsabilità, sia nel lavoro prima che nei rapporti personali poi. Spero che questo senso di responsabilità si riversi anche nella vita privata dove io mi vedo nella condizione di padre in un prossimo futuro. Penso che la sensazione di “uomo libero” sia un grande bluff nel senso che sicuramente vive in me una voglia di libertà, di stare solo, ma l’esperienza ti fa capire che c’è un bluff sotto questo aspetto, nel senso che la libertà andrebbe in realtà mantenuta anche in un rapporto a due, una libertà individuale, di pensiero, di modo di essere. L’altro tipo di libertà è anche affascinante, è un “diavoletto” che sta lì e che ti chiama – secondo me mi chiamerà sempre – però penso che gestirlo porti a dei risultati, è un diavoletto che può rimanere un po’ effimero e può fare solo distruggere un po’ tutto.

 

Alessia Coppola