Il Teatro Trianon Viviani, uno dei luoghi più sacri alla drammaturgia napoletana, ospita fino al 22 gennaio “Mal’essere”, riscrittura in napoletano dell’Amleto di William Shakespeare, ideata e diretta da Davide Iodice. Il talentuoso regista napoletano prosegue così la sua fertile ricerca sperimentale, coinvolgendo stavolta anche alcuni dei maggiori rappers campani. “Amleto”, la tragedia shakespeariana forse più conosciuta e citata, considerata un banco di prova cruciale nella carriera di un attore, trova qui una nuova sintassi e un nuovo significato attraverso un inedito parallelismo Elsinore-Napoli. In Mal’essere la vicenda del dramma del Principe di Danimarca risuona nelle voci dei rapper e degli attori Salvatore Caruso, Luigi Credendino (davvero eccellente), Veronica D’Elia, Angela Garofalo, Francesco Damiano Laezza, il puntualissimo Marco Palumbo, Antonio Spiezia, svelando scorci e ferite della Napoli odierna, evocandone i problemi, le inquietudini, le tensioni delle sue periferie. «Nell’Elsinore dove vivo, tra Forcella e Sanità – ha dichiarato Davide Iodice – mi riappare l’ombra di Amleto: qui sento che non è tanto questione di essere o non essere ma di mal’essere, […] di un profondo scoramento, esistenziale. […] Con questo [spettacolo] si può provare a dire qualcosa su Napoli, da Napoli, scartando l’imperante e cinica oleografia criminale, questo tempo di paranze dei bambini, un’estetica del male che stiamo assecondando, dove le crew dei rapper sono paranze vitali, di chi ha scelto l’arte al posto delle pistole. […] Nessuno più e meglio dei rappers della periferia urbana sa esprimere questo malessere», conclude Iodice. Ecco quindi che il regista affida la riscrittura verbale ad un gruppo di storici mc campani – Gianni ‘O Yank De Lisa (Fuossera), Pasquale Sir Fernandez (Fuossera), Alessandro Joel Caricchia, Paolo Sha One Romano, Ciro Op Rot Perrotta Damiano Capatosta Rossi – che attraverso il linguaggio della Napoli odierna ripercorre la tragedia shakespeariana rispettandone il plot. Non casuale è la scelta di una lingua, il napoletano, furibonda e capace di esprimere forti tensioni ed emozioni profonde, che ben si addice a quella di Shakespeare. L’esperimento funziona, e rende una scrittura teatrale sedimentata dai secoli di nuovo attuale e vicina a noi. Ne viene fuori uno spettacolo volutamente popolare (com’era il teatro shakespeariano, venduto un penny a posto) scritto in un linguaggio bastardo e collettivo, che non risponde alle norme grammaticali del dialetto né alla corretta scrittura vernacolare, ma che accoglie accenti e modi di dire giovanili e televisivamente noti. È suono adagiato in rima e in versi riprodotti in un canone continuo dalle diverse voci narranti. Un’opera complessa che coinvolge tutti i sensi. Dall’esperienza tattile dei ritmi e delle percussioni alle evocazioni potenti, le suggestioni e le contaminazioni che uniscono la forza della visione (lo spazio scenico, le maschere e i pupazzi di Tiziano Fario, i costumi di Daniela Salernitano e il disegno luci di Angelo Grieco e Davide Iodice) a quella del verso, riempiendo l’aria di suoni (le emozionanti musiche composte ed eseguite dal vivo da Massimo Gargiulo) e di odori (da quello della vernice spray dei graffitisti al fumo delle pagine di un libro in fiamme, al crescente profumo dell’incenso, che invadono la platea). Impossibile non restare affascinati dalla forza pittorica di alcune scene, come quella del corteo della Regina, grottesca sposa in bianco dal mostruoso strascico che si gonfia al vento come in un quadro di Andrew Wyeth, mentre con lentezza spettrale attraversa il palcoscenico. O dai continui richiami ai luoghi e le tradizioni partenopee: i due becchini che traducono in numeri della smorfia gli eventi accaduti; lo scheletro di Re Amleto che riprende le macchine anatomiche della Cappella di San Severo; la scena del cranio di Yorick che viene carezzato e preso in cura secondo la prassi delle anime pezzentelle, chiara “citazione” del Cimitero di Fontanelle e delle sue capuzzelle; il personaggio di Gertrude, concepito secondo gli stilemi e il registro della sceneggiata napoletana (l’“addio cara madre” detto da Amleto è un evidente rimando a “Lacrime napulitane”); il clown bianco (l’ottimo Antonio Spiezia), che incarna alla perfezione l’umore amletico, essenza del titolo dello spettacolo, richiamando le statue in porcellana di Capodimonte e spiccando nel buio chiaroscurale rinvia alle “Sette opere della misericordia” di Caravaggio; i lembi di buste della spazzatura che evocano dolorosamente una discarica abusiva. Il cerchio e le rotazioni sono un elemento ricorrente della rappresentazione scenica: circolare è la figura in cui viene inscritta la A nel graffito “AMLETO”; circolari sono le rotazioni dei turiboli del giocoliere\clown bianco o del lampadario barocco retto dal ciambellano Polonio; circolari e in senso antiorario sono le rotazioni dervisciche dei personaggi, che richiamano il desiderio amletico di poter andare indietro nel tempo. Significativo l’unico brano cantato autenticamente rap della serata: “Ofelia vive”, omaggio all’unico personaggio positivo, forse, suicidatosi per non dover sottostare alla violenza, che chiude in una prospettiva di speranza lo spettacolo. Uno spettacolo imperfetto com’è imperfetto ogni Amleto venuto dopo l’Amleto. Ma malgrado alcune acerbità attoriali degli “attori-non-attori” (i rapper) che talvolta spappolano le loro parole nell’urlo, l’opera appare meritevole di attenzione e di plausi, coniugando efficacemente una traduzione visiva con dei suoni che, pur non sempre perfettamente intellegibili, riescono infallibilmente a rimandare il senso autentico della frase e della situazione.

Michele Amordeluso