La valenza civile della rievocazione di una stagione buia della nostra storia

A voler portare sulla scena una pagina della storia recente, si corre spesso il rischio di cadere nel declamatorio, nel retorico, nell’ideologico: trabocchetti che Il giuramento evita, grazie a una scrittura agile, a una regia e un apporto attorale di tutto rispetto.

Lo spettacolo fa riferimento a un momento buio del ventennio fascista, ma l’autore, Claudio Fava, sceglie di porre lo spettatore in una prospettiva che mette in primo piano l’elemento personale ed etico, i risvolti umani, piuttosto che il contesto storico e politico, che incombe ugualmente come un inquietante sfondo.

La vicenda riguarda il giuramento che nel ’31, allo scopo dichiarato di fascistizzare l’università, venne imposto a tutti i suoi docenti. Su oltre milleduecento professori universitari, solo una dozzina lo rifiutarono: alcuni vi aderirono per convinzione; la maggior parte, per opportunismo; pochi, nella convinzione sincera di poter proseguire dalla cattedra, in modo clandestino, una opposizione al fascismo. A questo proposito è da ricordare che tale giuramento non era stato richiesto ai soli professori ordinari, ma a tutti gli insegnanti in servizio, anche di rango inferiore; e che fra i pochissimi di costoro che lo rifiutarono ci fu Leone Ginzburg: un’informazione, questa, che ho avuto la ventura di raccogliere, oltre cinquant’anni fa, dalle labbra di Marusja, sorella maggiore di Leone.

Claudio Fava ci parla di uno di quei dodici, il professor Mario Carrara. Ma non si preoccupa di restituircelo nella sua precisa identità anagrafica, né di ritrarlo come un eroe, ma semplicemente come persona non specificamene impegnata in senso antifascista, ma animata da una forte istanza etica, e da una visione razionalista che rifiuta i dogmi, anche quelli scientifici, e a maggior ragione, quelli ideologici. Carrara aveva sposato la figlia di Cesare Lombroso (ma il testo non ce lo dice), tuttavia anche la sua adesione alle teorie dell’illustre suocero non era stata affatto supina, a differenza di molti dei suoi collegi e discepoli, che le avevano accettate in modo acritico e maldestro. L’autore ce lo dipinge come uomo discreto e solitario, dedito con passione al mestiere di medico, di antropologo, di insegnante. Il regime fascista, ormai vigente da quasi dieci anni, è evocato in apertura da una rumorosa processione di studenti, che entra dalla platea al canto di una canzone goliardica. La solitudine dello scienziato, plausibilmente vedovo, è temperata dalla presenza della giovane fantesca Tilde, portatrice di un sano buonsenso popolare.

La scena fissa di Riccardo Cappello dominata da variazioni di grigio, che può ricordare la tavolozza di Sironi, suggerisce la struttura delle vecchie aule universitarie ad anfiteatro, e in esse si svolge la maggior parte dell’azione drammatica, ma lo spazio consente di isolare anche ambienti più ridotti.

David Coco, un misurato professor Carrara, esprime con efficacia le sfumature di una personalità complessa, tanto più credibile in quanto la dialettica interna della sua coscienza è trattenuta e sotterranea, scevra da perorazioni d’effetto.

Stefania Ugomari Di Blas è la fantesca Tilde, vitale contraltare alla mesta severità dello studioso, particolarmente efficace in una breve, spiritosa esibizione di charleston, un felice momento di leggerezza, in un’atmosfera altrimenti cupa.

Ma tutto il gruppo, guidato con mano felice dal regista Ninni Bruschetta, dà vita a una variegata umanità di studenti, di colleghi, di un supposto mostro lombrosiano, e persino del cadavere di una donna aristocratica, maldestramente scambiata per popolana. E quegli attori cantano anche bene, sia nelle strofe goliardiche, giustamente caciarone, sia assecondando le originali variazioni che Cettina Donato, autrice delle musiche, elabora sui temi tradizionali del ventennio, evocativi del mistificatorio trionfalismo di un regime che, con sempre maggior evidenza rivela, la buffonesca retorica.

Ma il valore dello spettacolo, oltre ai suoi pregi teatrali, sta nella valenza civile, non meno importante, e addirittura nella sua funzione didattica ed educativa. Forse oggi i programmi di storia affrontano il ventennio fascista (ai tempi del mio liceo, bene che andasse, si arrivava alla prima guerra mondiale); ma quanti adolescenti hanno avuto occasione di riflettere sulla natura intimamente liberticida del regime fascista, sul bavaglio che aveva brutalmente imposto alla libertà di coscienza, al pensiero critico. Il fascismo non si è espresso solo con le vergognose leggi razziali (che sarebbero state promulgate di lì a poco, nel ’38), con la sciagurata entrata in guerra, con l’infame partecipazione alla cattura e alla deportazione degli ebrei. Di quegli orrori, l’imposizione del giuramento è stato uno degli inquietanti, sordi preludi.

Assistere a Il giuramento può valere come monito per i giovani (e non loro soli); può essere  un richiamo all’attenzione dovuta a ogni sintomo di regressione dei valori sui quali si basa la civiltà.

Un pericolo il cui timore, se alziamo lo sguardo su cosa sta succedendo nel pianeta – e anche a casa nostra – oggi non è immotivato.

Claudio Facchinelli

 

Il giuramento, di Claudio Fava, regia di Ninni Bruschetta, con David Coco, Stefania Ugomari Di Blas, Antonio Alveario, Simone Luglio, Liborio Natali, Pietro Casano, Federico Fiorenza, Luca Iacono, Alessandro Romano. Musiche originali di Cettina Donato; scene e costumi Riccardo Cappello; luci di Salvo Orlando. Produzione del Teatro Stabile di Catania

 

Visto al Teatro Menotti di Miano il 20 febbraio 2018