Per una giovane compagnia, affrontare il teatro maggiore di Čechov deve far tremare le vene e i polsi. In particolare, con Il giardino dei ciliegi, dopo le indimenticabili letture di Visconti e di Strehler (l’iperrealismo dell’uno; le astratte, candide trasparenze dell’altro), non è facile trovare una ragion sufficiente per riproporlo, cercando di comunicare qualcosa che già non sia stato detto. Peraltro, il teatro scrive sulla sabbia, vive solo nella rinnovata mediazione fra un palcoscenico e una platea, e ogni anno nasce una nuova leva di giovani spettatori neofiti.

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Photo By F. Renda

Benedetto Sicca, non ancor quarantenne, ma già con un curriculum di tutto rispetto alle spalle, ha accettato questa sfida. L’Associazione Culturale “Teatro Ma”, costituitasi nel 2011 fra giovani per lo più diplomati all’accademia dei Filodrammatici, lo ha chiamato a dirigerli; e lui ha messo le mani sul testo di Anton Pavlovič con un coraggio al limite del temerario, creando uno spettacolo sicuramente interessante, che porta il segno di scelte registiche, anche forti, che gli attori assecondano con passione e professionalità.

La vicenda, molto lineare nel suo sviluppo narrativo, come quasi sempre nel teatro di Čechov, si può leggere come una lucida profezia dell’autodistruzione di una società che quel medico solidamente borghese, con l’occhio penetrante del diagnostico, riesce a scorgere già nel 1903, un paio di anni prima delle avvisaglie del 1905.

Queste atmosfere sono rese con efficacia da una fascinosa struttura scenografica dal trasparente significato simbolico: sedie bianche dall’alto schienale, cui si ancorano lunghi elastici che, percossi, lasciano cadere sul palcoscenico la polvere di cui sono impregnati. L’azione scenica si espande spesso fino in platea, anche con il coinvolgimento attivo del pubblico. Gradevole e accattivante la presenza di una ragazza che, avvolta in un elegante abito bianco ottocentesco, seduta al margine sinistro del proscenio, disegna col violoncello un discreto, continuo contrappunto musicale all’intero spettacolo.

Ma non tutte le scelte registiche, ancorché meditate e degne di rispetto, mi sembrano condivisibili. La più opinabile, a mio parere, è quella di affidare ad un singolo interprete più di un personaggio (Ljubov Andreevna e la figlia Anja; lo studente Trofimov e il servitore Jaša; Dunjaša e Šarlotta).

Se, nella narrativa e nel teatro russi, fra nomi, diminutivi e patronimici, non è sempre agevole orientarsi fra i personaggi, questo espediente aumenta tale difficoltà, specie per uno spettatore che, magari, avvicina l’opera per la prima volta. Né l’intenzione di innescare sotterranei cortocircuiti, forse suggestivi, ma di difficile lettura, fra quelle coppie d personaggi, mi sembra giustificare l’operazione. Altrettanto discutibile l’inserimento, nello spettacolo, di frammenti di Nazim Hikmet, di Cervantes, e di alcuni versi di Alda Merini, dall’incipit crudamente erotico, al posto di una poesia di Aleksej Tolstoj, La peccatrice, declamata da un personaggio minore.

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Photo By F.Renda

A Firs, l’ottantasettenne servitore di casa, Čechov attribuisce, pur sotto traccia, un ruolo di personaggio coro, e il giovane Mauro Lamantia, in frac, lo tratteggia con realismo non caricaturale. Ma ha davvero senso trasformarlo in narratore, fargli leggere le didascalie, fino a sciupare quel finale inquietante, giustamente oscuro, voluto da Anton Pavlovič? Nel testo originale, Firs rimane solo, dimenticato nella proprietà ormai abbandonata, e si sente quel misterioso “suono lontano che sembra venire dal cielo, come di corda musicale che si spezzi”; qui, dopo l’ultima battuta, Firs si trasforma in un improbabile Čechov, sulle cui ginocchia si adagia una Anja/Ljuba – o forse Olga Knipper, la moglie dello scrittore.

Nell’evoluzione storica del ruolo del regista (un tempo capocomico), dopo la rivoluzione della pereživanie di Stanislavskij si sono verificate molte successive mutazioni, e forse oggi la sua funzione va sempre più identificandosi con quella del drammaturgo. Come ci siamo abituati da tempo a vedere Riccardo III in divisa nazista (ma, come dicono i teatranti, Shakespeare sopporta qualsiasi manipolazione), forse oggi tocca anche a Čechov farsi riscrivere.

Personalmente, non ritengo necessario mettere in jeans e maglietta i suoi personaggi per esprimere la contemporaneità (nostro contemporaneo, Anton Pavlovič lo è, a prescindere), tuttavia la scelta non mi disturba. Ma quando il messaggio è talmente oscuro, da non consentire allo spettatore neppure la possibilità di porre alla sua coscienza una domanda strutturata, forse qualcosa non ha funzionato nella comunicazione. E il teatro è comunicazione, o non è.

Claudio Facchinelli 

Il giardino dei ciliegi, di Anton Čechov.

con Riccardo Buffonini, Sonia Burgarello, Sara Drago, Mauro Lamantia, Giancarlo Latina, Luigi

Maria Rausa, Beppe Salmetti, Carla Stara | musiche dal vivo Bruna Di Virgilio | regia Benedetto

Sicca | produzione Teatro Ma | con il sostegno di Teatro Filodrammatici

Milano, Teatro Filodrammatici – 23 ottobre / 2 novembre 2014