Čechov nostro contemporaneo nella nuova produzione del Malyj Teatr di San Pietroburgo, con la regia di Lev Dodin

Si prova un timor reverenziale nell’approccio a un capolavoro come questo Giardino dei ciliegi, in scena – ohimè – per soli quattro giorni a Milano.

Sarebbe banale ribadire lo sguardo profetico di Anton Pavlovič che, prima ancora dei moti del 1905, intuisce la trasformazione che sta per investire la Russia; o disquisire sulla traduzione del titolo (non si tratta, in effetti, di ciliegi, ma di amareni o, ancor più propriamente, di viscioli).

Lo spettacolo è di una bellezza indicibile; la bravura degli interpreti li fa sembrare provenienti da un altro pianeta (ma forse è proprio così). E il recensore non può che limitarsi a riferire aspetti marginali, consapevole di non poter restituire in alcun modo l’ineffabile fascino dello spettacolo.

La scenografia, che asseconda con intelligenza e sensibilità le invenzioni della regia, è firmata da Aleksandr Borovskij (figlio d’arte: suo padre, David, era stato lo scenografo di Jurij Ljubimov nello spettacolo Al gran sole carico d’amore, proposto al Lirico di Milano nel ’75). I mobili del salotto, come pure il bigliardo, ingombrano una porzione della platea, ove si svolge gran parte dell’azione scenica e, quasi a ridosso del proscenio, è appeso un grande telo, sul quale si proiettano spezzoni di pellicole dalle immagini sgranate: il giardino fiorito, di un bianco abbagliante (quasi la citazione di Colpo di pistola, un film italiano degli anni Quaranta, tratto da una novella di Puškin). Quello stesso telone, Dodin lo utilizza per vistose uscite di scena; per un ballo, risolto con un fascinoso gioco d’ombre; per creare un rapporto fra i personaggi sul palcoscenico e le loro immagini, riprese con proiezioni d’antan in uno scenario naturale. E nel finale, facendolo cadere a terra, ci fa scoprire un’alta palizzata di legno (i ciliegi ormai abbattuti e segati?), che mostra la separazione fra i personaggi della commedia (così Čechov chiama, di regola, i suoi testi teatrali) e il resto del mondo, che sta sorgendo alle loro spalle, a loro insaputa.

Mentre la sua edizione del Giardino, vista a Milano nel ’96, era connotata da colori scuri, questa è dominata dal bianco: anche i velluti rossi delle poltrone dello Strehler sono stati ricoperti con fodere di tela bianca. Fra gli interventi drammaturgici più vistosi, l’incipit, col faticoso ingresso di Firs, il vecchio maggiordomo, che anticipa qui l’ultima, sconsolata battuta che ripeterà nel finale, come una grande parentesi che racchiude l’intera azione. Più ardita, ma non incongrua, con l’assalto sessuale del servitore Jaša a una vogliosa Dunjaša e il bacio fra Varja e Lopachin, la rappresentazione esplicita di un erotismo che, sulla pagina čechoviana, rimaneva sotto traccia.

E come rendere quell’inquietante, misterioso suono “come di corda di violino che si spezza”, che chiude lo spettacolo, e che si ode già nel secondo atto, come un oscuro presagio? Anche qui Dodin trova una soluzione originale e di forte suggestione: l’urlo sinistro di una sirena, anch’esso premonitore della nuova stagione storica che incombe mentre, in lontananza, il tonfo dei ciliegi abbattuti è suggerito dal caratteristico rumore di un cozzare di biglie.

Della superlativa bravura degli interpreti s’è detto, ma vorrei sottolineare, a titolo di esempio, un dettaglio, solo apparentemente secondario: Dunjaša, la cameriera, strimpella in modo approssimativo un pianoforte mezzo scordato: non un vezzo iperrealistico, ma un particolare inserito quasi con noncuranza, che, sommato alle altre innumerevoli idee di regia, contribuisce a una complessiva, rara qualità teatrale.

Prima dello spettacolo ho avuto la ventura di parlare per qualche minuto con Ksenija Rappoport, una donna dalla bellezza non appariscente ma intrigante, di grande fascino, che interpreta in modo splendido una Ljubov’ Andreevna (nome che, in russo, significa “amore”, ed è femminile) qui restituita alla sua età, di giovane donna. Fra le eroine čechoviane che ha portato in scena, Ksenija mi confida che il personaggio più difficile è proprio la protagonista del Giardino. “Non è una figura che mi somigli,” aggiunge, “semmai mi è più facile identificarmi con Maša, nelle Tre sorelle”.

Durante l’incontro con i giornalisti, d’obbligo le domande sulla differenza fra la presente edizione e la precedente, ma Lev Dodin, scansa con affabilità le domande più dirette: “È tutto diverso: andate a vederlo”; e preferisce parlare della genesi di questa edizione. “Era un’idea come un ronzio, che ogni tanto mi entrava nella testa. Ma intanto i tempi erano cambiati: in questi venticinque anni in Russia si sono succeduti tre diversi regimi e, con l’età, mi sono reso conto che nel testo di Čechov c’erano cose che allora non avevo capito, e che proiettavano la sua visione profetica ben oltre la tempesta rivoluzionaria che stava per abbattersi sulla Russia; che mi parlavano del presente. Sono anni che mi meraviglio di come il genio di Čechov, con la sua comica tragicità, continui ad essere nostro contemporaneo”.

Infine, un riferimento alla storica edizione milanese, diretta da Strehler nel ’74: “Non ho avuto modo di vederla dal vivo, solo in video, e mi ha dato un’impressione fortissima: per quei tempi, una vera rivoluzione.

Ho un ricordo,” conclude il Maestro, “quando sono venuto qui, nel ’98, mentre provavo si è materializzato Strehler: ‘Io l’ho fatto bianco, e tu nero’. Oggi è bianco, ma è una cosa che viene da dentro: non è una citazione di Strehler”.

 

Claudio Facchinelli

 

Il giardino dei ciliegi di Anton Čechov, regia e adattamento di Lev Dodin

Scene di Alexander Borovskij, luci di Damir Ismagilov, riprese video di Ališer Chamidchodžaev

Collaborazione artistica di Valerij Galendeev; coordinamento artistico di Dina Dodina; musiche di Gilles Thibaut, Paul Misraki, Johann Strauss; coordinamento musicale di Michail Aleksandrov

Con: Ksenija Rappoport, Ekaterina Tarasova, Elizaveta Bojarskaja, Igor’ Černevič, Sergej Vlasov, Danila Kozlovskij, Oleg Rjazancev, Tat’jana Šestakova, Andre Kondrat’ev, Nadežda Nekrasova, Polina Prichod’ko, Sergej Kuryšev, Stanislav Nikolkij

Produzione del Malyj Drama Teatr – Theatre of Europe, Saint-Petersburg

Spettacolo in russo con sovratitoli in italiano

 

Visto al Piccolo Teatro Strehler il 23 novembre 2017