Goltzius - copy image 2Difficile parlare di un film come “Goltzius & the Pelican Company”, l’ultima fatica di Peter Greenaway, eclettico regista che, dopo due anni, è riuscito a distribuire il suo lavoro anche in Italia grazie a “Lo scrittoio” e “Maremosso” che lo hanno portato in luoghi non convenzionali, come i teatri, in una versione originale sottotitolata.

Parlare di una vera e propria trama per il film è molto riduttivo visto che l’opera, volutamente barocca, basa tutto sull’immagine e sull’apparenza, pur concentrando le sue forze su una narrazione che tocca argomenti legati al sesso e alla morte, elementi ricorrenti in ogni opera di Greenaway.

La compagnia del pellicano giunge a Colmar per chiedere denaro, destinato a creare una copisteria, al re, in cambio di spettacoli ogni sera per la corte: si finirà, per volere del sovrano, nel mettere in scena sei tabù sessuali richiamando momenti importanti estrapolati dalla Bibbia. La forza del film si basa proprio sull’accomunare pratiche erotiche o riconducibili alla sessualità, dall’incesto alla necrofilia, a fasi determinanti del Vecchio e Nuovo Testamento, ad esempio evocando la figura di Lot e delle sue figlie, partendo addirittura dalla creazione di Adamo ed Eva.

Nel film molte tecniche si concentrano creando un vortice artistico che il regista stesso identifica come strada verso il futuro della cinematografia: è continuo l’utilizzo di elementi creati al computer e riconducibili all’architettura, passando per il disegno e lo stesso teatro, con la messa in scena dei vari spettacoli da parte della compagnia.

“Goltzius & the Pelican Company” è un film anomalo e complesso che non può essere destinato ad un pubblico di massa, ma può essere apprezzato esclusivamente da chi ricerca stimoli alternativi da un prodotto cinematografico, che non abbia problemi con la presenza di continue scene di nudo e che apprezzi una commistione di stili espositivi per la proposta di una pellicola.

Gaetano Cutri