In scena al Teatro Cantiere Florida il primo spettacolo del progetto dedicato a Jean-Luc Lagarce.

Un tappeto di foglie copre tutto lo spazio scenico, nei momenti di silenzio si sente solo il rumore dei passi sul selciato. Sono i passi di Luis, tornato a casa dopo tanti anni per comunicare alla famiglia la sua imminente morte; sono i suoi stessi passi quando va via senza essere riuscito a dire nulla. “Giusto la fine del mondo” di Jean-Luc Lagarce, con la regia di Simona Arrighi e Laura Croce, apre la rassegna Materia Prima al Teatro Cantiere Florida ed è il primo dei tre spettacoli previsti dal progetto “Un lungo grido gioioso. Jean-Luc Lagarce in Italia” (giugno-dicembre 2014) realizzato da Murmuris e Atto Due in collaborazione con il Cantiere Florida, il Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino e Laboratorio Nove e con il sostegno di Ambasciata Francese di Roma, Istituto Francese di Firenze, Nouveaux Mécènes – Fondazione franco-italiana di sostegno alla creazione contemporanea, Regione Toscana, Comune di Firenze, Comune di Sesto Fiorentino e MiBACT. Prossimi appuntamenti lagarciani, “La stanza là in alto” per la regia di Renata Palminiello e “Le regole del saper vivere nella società moderna” per la regia di Sandra Garuglieri, in programma al Teatro della Limonaia.

Rappresentare i testi di Lagarce sembra un atto dovuto poiché, considerato in Francia tra i migliori drammaturghi di tutti i tempi dopo Molière, in Italia rimane un autore ancora poco conosciuto. Fu Barbara Nativi nel 1998 a portarlo per la prima volta nella penisola con “Le regole del saper vivere nella società moderna” in occasione dell’Intercity Festival Paris al Teatro della Limonaia, mentre “Giusto la fine del mondo” è andato in scena solo nel 2009 con la regia di Luca Ronconi al Piccolo Teatro di Milano. Scritto nel 1990 e ritenuto il suo capolavoro, questo dramma appare quasi profetico poiché Jean-Luc Lagarce (1957-1995) ancora non sapeva che sarebbe morto di lì a poco di AIDS a soli 38 anni. Luis, il protagonista (Riccardo Naldini), ne ha 34 quando torna a casa per confessare ai suoi che sta morendo. È un personaggio molto complesso: sua la decisione di allontanarsi dalla famiglia eppure vive un senso di abbandono; questo “non amore” che lo divora è il frutto di un malessere interiore, come se non si sentisse accettato dai suoi cari e per questo avesse avuto l’esigenza, in passato, di lasciarli. Ma il dolore di Luis, così come la malattia che lo sta uccidendo, rimane ignoto, può essere solo supposto, l’autore non dà alcuna informazione in merito. Una volta di fronte ai suoi Luis non dirà nulla di sé, rimarrà apparentemente calmo, in ascolto, con quel grido soffocato che non uscirà mai. Saranno gli altri, invece, a parlare, a “vomitare” finalmente tutte le parole che per lungo tempo avrebbero voluto dirgli. In realtà in questo incontro familiare nessun conflitto viene risolto, Luis tornerà nella sua solitudine, sopraffatto dalla rabbia di suo fratello Antoine (Roberto Gioffrè), dal rammarico della sorellina Suzanne (Luisa Bosi) e dalle preoccupazioni della madre (Sandra Garuglieri). Troppo rancore, troppi rimpianti. Catherine (Laura Croce), moglie di Antoine e unico occhio esterno alla famiglia, tenta invano di mettere pace e di dare una spiegazione alla brutalità con cui viene accolto il ragazzo.

Affascina e sorprende la costruzione linguistica di questo testo che si pone a metà tra il parlato e lo scritto, ma che contempla anche il “pensato”. I discorsi dei personaggi sono un flusso di parole quasi indistinto, frammentato, come se parlassero ognuno dentro di sé (in un monologo interiore) e non con l’altro. Appare più facile liberarsi velocemente di tutti i loro pensieri piuttosto che raccontarsi e confidarsi. Una difficile prova di attore, che è invitato a una sorta di “straniamento emozionato”. Una sfida ben accolta dagli interpreti, che si confrontano con un linguaggio cadenzato e articolato e con una recitazione intimista. Il risultato è uno spettacolo intenso e gradevole, anche ironico nella sua drammaticità, con istanti di grande tensione emotiva. Si chiude con quell’urlo che il protagonista vorrebbe lanciare, ma che gli rimane dentro. Una caratteristica dei testi dell’autore francese, come spiega anche il regista François Berreur, fondatore con Lagarce della casa editrice “Les Solitaires Intempestifs” e intervenuto alla fine della replica del 7 novembre 2014: «I personaggi hanno necessità di dire, ma nessuno riesce a dire quello che veramente vuole». Ed in fondo è questa la capacità dell’autore e la forza di questa opera: raccontare magistralmente il “non-detto”.

Firenze – TEATRO CANTIERE FLORIDA, 7 novembre 2014

Mariagiovanna Grifi

GIUSTO LA FINE DEL MONDORegia: Simona Arrighi e Laura Croce; Autore: Jean-Luc Lagarce; Scene: Francesco Migliorini; Allestimento: Davide Clemente; Cura delle musiche: Luigi Attademo; Disegno luci: Roberto Cafaggini; Interpreti: Luisa Bosi, Laura Croce, Sandra Garuglieri, Roberto Gioffrè, Riccardo Naldini.