Fotosport 12.07.2012 (001)Giuliana Gargiulo, giornalista, scrittrice, attrice, organizzatrice e protagonista infaticabile di rassegne e incontri culturali.  Abile intervistatrice, è capace di restituirci l’anima dei personaggi che incontra: L’intervista è una specie di specchio perché tu chiedi a chi ti sta di fronte ciò che in realtà vorresti chiedere a te stessa. Io, professionalmente parlando, ho avuto grandi maestri”

Comincio il nostro dialogo con un’immagine che mi si è stampata negli occhi e che, a ben vedere, è anche una considerazione :“Al teatro Bellini, alla prima dell’ultimo lavoro di Mariangela Melato nella toccante interpretazione de “Il dolore” di Margherite Duras, al termine dello spettacolo sei andata energicamente ad applaudirla sotto il palcoscenico ed hai esclamato ad alta voce: “Sei un gigante!” La Melato ti ha guardato commossa ed ha ricambiato con un lungo inchino. Questo episodio da un lato mi ha emozionato; dall’altro mi ha fatto riflettere sulla grande reputazione che rivesti negli ambienti culturali…

 

“Sì, è vero. E’ pazzesco se ripenso a quella serata con Mariangela… Tu parli di reputazione, ed è così,  me l’hanno riconosciuta in tanti: da De Sica ad Eduardo – ed ero appena una ragazzina – e poi ancora Lucio Amelio, Gaetano Salvemini, e via via tanti altri artisti. Ecco, la Melato… La settimana scorsa ho perso il cellulare con dentro tutti i messaggi di Mariangela. In uno c’era scritto: “Ce la farò Giuliana, Ce la farò”. Ero molto legata a lei, era un legame particolare, perché lei è stata l’amore grande di una vita di Renzo Arbore, con il quale, come è noto, abbiamo condiviso storie familiari. Mi piace questo riferimento alla reputazione: ormai è un sostantivo che nessuno usa. La reputazione si conquista con la serietà. Dico ai giovani che iniziano questo avventuroso mestiere di giornalista: rispettate le parole che vi vengono dette, se una persona vi dice buono non mettete buonissimo, se dice bello non mettete bellissimo. Specialmente nelle interviste, nei virgolettati rispettate l’umore di chi state intervistando. La tentazione è invece di fare i pezzi di colore, mentre la reputazione si basa sulla serietà professionale, sullo stile, sull’eleganza di modi e sulla correttezza. Trent’anni fa Riccardo Muti voleva me e solo me… Andai fino a Monaco di Baviera per accontentarlo e fargli una intervista! Tanti altri mi hanno privilegiata: Elizabeth Taylor, Marcello Mastroianni, Piero Tosi. Premi Oscar come Nicola Piovani; perfino Nobel come Rita Levi Montalcini e Renato Dulbecco. Penso sia dipeso proprio dal fatto che ho restituito con puntualità quanto mi veniva raccontato, anche se capisco la tentazione sempre in agguato di voler ingigantire i fatti. La reputazione proviene da un lungo seminato che non deve mai venire meno. Io poi non sono ambiziosa, né rampante, non mi arrampico sugli specchi per fare carriera. Non faccio gli sgambetti agli altri, sono una persona con un grande senso del dovere e ho voluto fare le cose nel mio ambito sempre in maniera precisa e corretta”.

 

Quanto ti ha aiutato il fatto di nascere attrice?

“Moltissimo, ma non solo di nascere attrice ma anche di nascere a Villa Gargiulo in quel tipo di famiglia che mi ha dato la possibilità, già a soli 9 anni, di conoscere personaggi del calibro di Rossano Brazzi e Valentina Cortese per fare solo un paio di nomi e di fondare il Teatrino dell’Allegria. Rossano, che non aveva figli, era spesso nostro ospite. Ricordo che una volta doveva partire per New York e mi chiese cosa volevo per regalo. Io risposi di getto:  “Tutto quello che serve per diventare un’attrice”. D’accordo, è vero: ero proprio una bambina insopportabile. E lui mi spedì uno scatolone, da Hollywood a Sorrento,  in cui c’era di tutto, era davvero la scatola dei sogni. Pensa, c’era il mitico cerone Max Factor Tan-zero, che avevo visto indosso alla Taylor e a Olivia de Havilland. C’erano i posticci:  denti finti, nasi finti…”.

 

Insomma un kit completo. E rimanendo all’immagine della cassetta: quali attrezzi di scena si sono rivelati poi utili per te, per il tuo lavoro di giornalista?

foto giuliana sorrento

Giuliana Gargiulo (foto Luciano Romano)

 “Credo di essere stata molto aiutata dal fatto di essere nata in un certo tipo di famiglia, ed anche dal mio carattere: allegro, gioioso, ottimista, proiettato sempre sulla vita degli altri. Questa è stata una deformazione professionale unica in Italia. Io ho fatto, faccio e farò solo interviste: non c’è un pezzo che esula, se non quello di costume o di colore. Non ho mai scritto articoli a tavolino anche se scrivo sempre: non sono una critica teatrale né tanto meno musicale, né di danza. Parlo degli spettacoli ma in senso emotivo, di quello che hanno rappresentato sotto il profilo delle emozioni. L’intervista è una specie di specchio perché tu chiedi a chi ti sta di fronte ciò che in realtà vorresti chiedere a te stessa. Io, professionalmente parlando, ho avuto grandi maestri”.  (Qui Giuliana si interrompe perché sul suo tavolino fa bella mostra una foto molto tenera in cui abbraccia Nureyev che sembra proprio rifiugiarsi nelle sue braccia e mormora: “Sembra un gatto,  questo grande ballerino era disperato perché sapeva di morire, n.d.r.) . “Sono stati tanti. Sono cresciuta con Salvemini;  poi Eduardo che è stato il gigante della mia vita. Ma giornalisticamente cito Paolo Petroni,  direttore del Corriere della Sera che era andato alla guida di Amica. Ho scritto tanto per quel settimanale, come anche per Max, Capital, eccetera. Pensa, in tutto sono  77 le testate per cui ho scritto! Pietroni mi diceva sempre: domanda che cosa è il talento, che significa  cultura. Fatta così, l’intervista si trasforma in una formula vincente di scrittura. E’ il personaggio che parla: non c’è mediazione. Come quello che stai facendo tu ora…”.

 

Negli ultimi due anni sono scomparse quattro grandi signore della scena: Mariangela Melato, Rossella Falk, Franca Rame e Regina Banchi. Tute interpreti femminili però assai diverse l’una dall’altra…

 “E’ vero, tutte diverse. Rappresentano ciascuna socialmente e politicamente indirizzi e storie diverse. Il trofeo assoluto di interprete ed amante del teatro va a Mariangela Melato. La Falk ha avuto il suo momento di  lady, di madame, come la chiamavano Romolo Valli e Giorgio de Lullo.  Franca Rame, stimabilissima attrice e lottatrice e infine  Regina Bianchi, attrice notevole. L’ho intervistata parecchie volte ma non era tra le mie predilette”.

 

Nel tuo libro intervista Trentuno napoletani di fine secolo c’è il presidente Giorgio Napolitano. Quando lo incontrasti non era ancora al Quirinale: si può dire allora che gli hai portato fortuna.

 “E l’ho fatto in un’epoca non sospetta: era il 1999! In  realtà nel libro ci sono due presidenti (l’altro è Carlo Azeglio Ciampi, n.d.r.). Il libro il presidente Napolitano me l’ha anche autografato  in un recente visita al Quirinale. Io lo amo molto”.

 

Come mai hai scelto proprio quei trentuno e non altri?

 “In quel momento erano  i più forti. Ci sono galleristi come Lucio Amelio; giornalisti come Antonio Ghirelli; scrittori come La Capria e tanti altri. Insomma è stato un modo per attraversare la storia e la cultura di questa città. Tutti hanno lasciato e lasciano ancora tracce importanti, sono tutti personaggi nati a Napoli compreso Enrico Job, che io non avevo messo. Per questo mi presi un cazziatone da Lina Wertmuller: ero convinta che fosse di Brescia e invece è nato a via Chiatamone 6. Ci sono naturalmente anche Giuseppe Patroni Griffi e Francesco Rosi: erano gli studenti dell’Umberto, stavano insieme sui banchi di scuola ed hanno mantenuto l’amicizia nel corso degli anni. Tra l’altro Ghirelli, nei sui ultimi incontri,  è stato ospite nella mia rassegna “Sorrento Gentile”. Gli ho chiesto se lui e gli altri continuavano a frequentarsi. La risposta è stata: “Sempre, sin da quando eravamo studenti. Siamo stati un gruppo di amici molto eterogeneo”.  

 

Ti rendi conto la fortuna che hai avuto di frequentare quell’ambiente così ricco di stimoli… Oggi forse per i giovani ci sono meno opportunità di avere contatti con personalità di quel calibro.

 “Tutte le epoche hanno avuto personaggi stimolanti. Dipende dallo spirito dei tempi. Per esempio: prima i ragazzi erano vestiti in grisaglia oggi indossano jeans strappati. Prima c’era il valzer adesso c’è il rap. Anche ora i giovani hanno i loro eroi. Però è vero quello che tu  hai implicitamente sottolineato: sono finiti, in qualche maniera, i miti, i modelli, i  maestri, i saggi. E  se  ci sono, sono disattesi  perchè i giovani non ne vogliono sapere, la categoria dei ventenni oggi si dimostra più indifferente. Certo sarebbe anche sbagliato generalizzare, questo va detto”.

 

Ma è finita anche un modo di intendere la cultura, mancano  forse anche tante espressioni e protagonisti del pensiero;  movimenti e avanguardie significative . E questo che vuoi dire o c’è anche dell’altro?.

 “Sono caduti valori, i grandi valori. Fino agli anni ‘80 l’Italia era per così dire più sacra, addirittura più santa. C’era il focolare domestico che era una vera istituzione. “Oggi il focolare è diventata la TV”, come ironizza Renzo Arbore. La domenica si mangiava insieme, non c’erano santi. Ora tutto questo non esiste quasi più. Non voglio dire che ha ragione Renzo ma poco ci manca. Non c’è più il senso di coesione al quale eravamo abituati. L a cultura mi pare abbia fatto un salto indietro”.

 

Napoli, però rimane comunque un luogo dove c’è una grande produzione culturale. Cosa rappresenta secondo te?

 “Io ritengo che Napoli sia una grande, immensa realtà. Però in disfacimento, pur se l’aspetto creativo è miracolosamente intatto. Non voglio appellarmi all’opera buffa o a tanti momenti culturali del passato, ma ci sono ancora aspetti di creatività senza fine. Il Teatro è vivacissimo, i palcoscenici pullulano di proposte e di pubblico. Altrettanto per la musica, che è viva, con tante formazioni nuove, orchestre comprese. A fronte di questo la città langue, precipita in un abisso senza fine. Ieri ho presentato un libro a San Lorenzo Maggiore e ho dovuto attraversare il centro storico. Passando per l’Anticaglia si rimane sempre così colpiti da questo immenso patrimonio artistico che tuttavia convive con il degrado più assoluto, fatto di sporcizia e perfino di topi. Poi sono andata alla Sanità a intervistare Don Antonio Loffredo. Mi sono venute le lacrime agli occhi a guardare quelle monumentali opere artistiche. Non riesco a capire come non ci siano dei governanti capaci e volenterosi, amanti del luogo. Mi fermo perché altrimenti il lamento continuerebbe all’infinito”.

 

Ritorniamo al teatro: effettivamente sta vivendo un gran bella stagione..

 “Il teatro è vivace: qui da noi se ne contano ben 14.  Io ho una casa a Milano dove vado spesso; più di rado mi reco a Roma. Beh, posso garantire che le proposte di Milano e Roma sono assolutamente al di sotto di quelle di Napoli. Qui c’è la vivacità del Teatro Nuovo, del Troisi che si è riaperto; la Galleria Toledo, l’Elicantropo, i teatri antichi come il Mercadante, il Bellini  ma anche il Cilea, il Diana… E poi ci sono le stagioni concertistiche ed operistiche con il San Carlo al primo posto”.

 

E di Sorrento, dove ti rifugi così spesso, che dici?

 “Ce l’ho nel cuore, è il luogo dell’anima, è l’infanzia che torna. In una poesia ho scritto proprio così: ”Sorrento è l’infanzia che torna”.  Villa Gargiulo è proprio il mio spazio dell’anima e del cuore. Lì ci sono tutti i ricordi delle persone che ho amato, a cominciare da mia madre. Lei è onnipresente nella mia vita quotidiana. Io dico sempre che se Napoli è la passione, Sorrento è l’amore, ed io le adoro entrambe, sono i luoghi della mia appartenenza. Anche se ho girato il mondo, sono stata in India, ho attraversato i deserti, ho visitato il Giappone e l’Argentina dove ho preso lezioni di tango…”.

 

Instancabile Giuliana..

 “Sì, instancabile Giuliana. E’ la qualità che tutti mi attribuiscono”.

 

Però dentro di te c’è pure l’inquietudine alla Pessoa. Giusto?

 “Giusto. Ma e’ inquietudine allegra: io non so cosa sia l’ansia, ignoro la depressione, sono una lottatrice, credo di essere una donna forte. Certo i dolori, i momenti difficili dell’anima ci sono stati”.

 A questo punto Giuliana si alza e mi conduce nella stanza che lei chiama spazio del teatro. Rimango a bocca aperta, affascinata da quello che vedo: alle pareti, in tante foto, c’è la storia di Giuliana che si intreccia con quelle del teatro e del cinema, italiano e internazionale. Tanti messaggi di attori, attrici, registi; tanti apprezzamenti alle sue interviste. Lei mi guida in ogni piccolo spazio delle pareti.

 “Vedi, in alto ci sono le locandine degli spettacoli in cui ho recitato con Eduardo. Guarda il prezzo del biglietto: l’ingresso 150 lire, 2000 lire, stiamo parlando della preistoria. Qua c’è una bella testimonianza di Paola Borboni: “Giuliana, come è passata presto quest’ora  di confidenza…” E poi c’è la foto di Piero Tosi, premio Oscar alla carriera; poi quella con Eduardo, con Danilo Donati, un altro premio Oscar, la foto con Nureyev e Luca de Filippo, con Riccardo Muti, con Francis Ford Coppola. Ci sono le lettere di Eduardo, la dedica di Jack Nicholson”.

 

Che vissuto glorioso. E ai giovani, che augurio fai?

 “Un augurio ai giovani? L’augurio più grande è questo: che l’Italia ritrovi il senso etico della vita. Noi siamo una grande popolo, ci sono segni e testimonianze immense, abbiamo anche Dante, e purtroppo è come se fossimo diventati una società di imbroglioni, mistificatori. E’ molto doloroso. Ai giovani auguro naturalmente tante cose: sono il nostro futuro. Ma l’Italia deve ritrovare il senso etico perché la bellezza ce l’ha, come la cultura. Recentemente sono stata a Matera:  che meraviglia. Il nostro Paese è in lungo e in largo fantastico”.

 

Cosa vorresti fare e non hai fatto..

 “Ci sono delle interviste che non ho fatto e avrei voluto fare. Mi sarebbe piaciuto intervistare Marilyn Monroe, cogliere quell’infelicità, quell’umore…”.

 

La Callas l’hai intervistata?

 “No, ma sono uscita con lei: aveva dei gioielli così belli… Ho scritto trenta di libri, sono stata oggetto perfino di tesi di laurea!”.

 

Non ti senti mai impreparata..?

 “Sempre. Lo spettacolo è il mio mondo, l’ho seguito tanto!”

 

Tu non fai mai pesare questo tuo importante vissuto..

 “Amo molto gli altri, di qualsiasi categoria e di qualsiasi generazione. Non ho il senso dell’età, la distanza con il prossimo non mi appartiene. Io sono ottimista. Sono stata tante volte per morire, e dicevo mamma non ti preoccupare ce la farò… Questo è il mio carattere, il carattere è un dono: è come il naso all’insù o le gambe belle!”.

 

Diletta Capissi