La rocambolesca storia di Giovanni Passannante, il cuoco anarchico lucano che pagò con una durissima detenzione il ferimento di Re Umberto I, é oggetto del corposissimo saggio di Giuseppe Galzerano. Un libro che si legge come un romanzo, ma che allo stesso tempo affonda nelle radici della storia con tutti gli spaventosi dettagli che hanno reso il passaggio sulla terra di Passannante una vera e propria via crucis. Sprofondato in una torre sotto il livello del mare, praticamente al buio, per una detenzione che doveva essere provvisoria e che durò un decennio abbondante, l’anarchico di Salvia, all’epoca neppure trentenne, ne uscirà devastato nel fisico e nel morale, per finire i suoi giorni cieco e folle, nel manicomio di Montelupo Fiorentino. Galzerano fornisce con spigliata esaustività, tutti i risvolti, soprattutto politici, che portarono a questa “punizione esemplare”, travestita da grazia dopo l’iniziale condanna a morte, attorno alla quale si scatenò l’indignazione degli intellettuali di mezza Europa, senza che il destino di Passannante cambiasse. Commuovono le foto, specie del protagonista da anziano, e fanno rabbrividire gli atti del processo, mentre una vera e propria “chicca” sono gli scritti dello stesso Passannante, sgrammaticati certo, ma grondanti verità. Per gli appassionati di questa vicenda (ma in generale dei movimenti anarchici e della storia d’Italia) il libro del professore cilentano è una vera e propria bibbia, scritta senza alcun piglio cattedratico, ma anzi con un cordiale entusiasmo che ipnotizza il lettore e lo immerge nell’atmosfera – torbida anzichenò – del tempo. Un lavoro essenziale, onesto, viscerale, profondo, che invita a nuovi sguardi e ad ulteriori ricerche. Quando un libro scatena questi sentimenti, la sua missione è compiuta.

Antonio Mocciola