FIRENZE – Tra gli argomenti che negli ultimi anni hanno esercitato un grande fascino sugli studiosi vi è indubbiamente il tema di lunga durata della policromia in scultura. Il confronto tra le fonti letterarie e le evidenze archeologiche, anche grazie alle nuove tecnologie, ha rivelato che già il mondo antico era ben lontano da quell’immagine di bianco con cui siamo soliti immaginarlo. La statuaria e l’architettura dei templi greci e romani era caratterizzata da colori vivaci e spesso contrastanti. Una pratica, quella di dipingere le sculture, proseguita anche durante il Medioevo e il Rinascimento, come conferma la mostra attualmente in corso alla Galleria delle Statue e delle Pitture degli Uffizi: “«Fece di scoltura di legname e colorì». Scultura del Quattrocento in legno dipinto a Firenze”.
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L’attenzione del curatore, Alfredo Bellandi, si è concentrata sulle sculture lignee che, nella Firenze del Quattrocento, in linea col primato artistico della scultura, costituivano un imprescindibile modello espressivo per tutti gli artisti. In particolare, il tema del corpo sofferente sulla croce, modellato con un nuovo sentito naturalismo nei crocifissi di Donatello e Brunelleschi, fu oggetto di riferimento per l’attività delle generazioni successive. Basti qui ricordare i due celebri Crocifissi di Santa Croce e Santa Maria Novella. Così, attraverso una cinquantina di capolavori, Bellandi ha indagato la storia della scultura in legno dipinto a Firenze. Un tema già studiato con passione da Margrit Lisner e Alessandro Parronchi, ma che ora si avvale di un obbiettivo inedito: quello di riequilibrare la preponderante attenzione che è stata riservata all’aspetto plastico rispetto alla componente pittorica, spesso distaccandosi dalla sensibilità estetica dell’epoca, che invece considerava la policromia un mezzo essenziale per perseguire la mimesi.

Una scultura fatta soprattutto per devozione, che accostava a Crocifissi di elevatissima fattura, immagini di santi, eremiti, busti porta-reliquie, sino a veri e propri polittici misti – grandi altari con al centro una statua in legno e pannelli laterali dipinti –, esemplificati in mostra dai due splendidi tabernacoli con San Sebastiano, 13613409_10157084491960162_5647813540516330603_o

provenienti rispettivamente della Chiesa di Sant’Ambrogio e da quella di Santa Maria Maddalena dei Pazzi.  Le due opere, tra l’altro, ben illustrano il rapporto tra intagliatori e pittori. Non rari, infatti, i casi in cui gli scultori affidavano ai pittori la decorazione delle opere sino a creare delle vere e proprie specializzazioni. È il caso di Neri di Bicci: alla sua bottega, in via Porta Rossa, si rivolsero con continuità Desiderio da Settignano e Benedetto da Maiano e stretto fu il rapporto con don Romualdo da Candeli, di cui resta testimonianza sia nelle “Ricordanze” del monaco-scultore che nella “Maddalena” del Museo della Collegiata di Sant’Andrea a Empoli. Ma, in questo senso, l’esempio più famoso tra quelli conservati nelle collezioni degli Uffizi è senza dubbio il “Tondo Doni”, risultato della collaborazione tra un pittore, Michelangelo, e un esponente della più alta tradizione dell’intaglio ligneo fiorentino, Francesco del Tasso, che eseguì la cornice con grottesche, fantasiosi racemi e protomi umane, quasi sicuramente su disegno dello stesso Michelangelo.

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La mostra illustra inoltre come, verso la fine del Quattrocento, alcune grandi botteghe a conduzione familiare, sollecitate dalle richieste del mercato, si fossero specializzate nella realizzazione di crocifissi per la devozione pubblica, privata e conventuale. Una pratica che coinvolse alcuni dei più importanti esponenti della tr
adizione dell’intaglio ligneo fiorentino come i fratelli Giuliano e Benedetto da Maiano, i Sangallo, i Del Tasso. Una pratica che affascinò precocemente anche alcuni artisti stranieri attivi a Firenze. Già nel 1457 è documentato in città il misterioso scultore Giovanni Teutonico, autore di alcuni lavori tra i quali un Crocifisso per la chiesa di Sant’Jacopo Soprarno. La sua produzione veicolò le esperienze d’oltralpe in Italia, nel segno di un naturalismo volto a una cruda, teatrale, resa espressiva del dramma umano, diverso da quello donatelliano, ma comunque ispirato ad una veridica, condivisa umanità. O ancora Veit Stoss, di cui è presente in mostra il celebre San Rocco.

 Lorena Vallieri

«Fece di scoltura di legname e colorì». Scultura del Quattrocento in legno dipinto a Firenze – a cura di Alfredo Bellandi

Firenze, Galleria delle statue e delle Pitture degli Uffizi

22 marzo – 28 agosto 2016

www.gallerieuffizimostre.it