La superlativa interpretazione di Giulia Lazzarini pone in secondo piano le perplessità su un testo di non facile comprensione

A Giulia Lazzarini, meritamente accolta da un fragoroso applauso di sortita, bastano le prime battute per farci pensare che quel testo deve esserle stato cucito addosso. Ma non è così: Emila, scritto e diretto dall’argentino Claudio Tolcachir, è del 2013, ed è andato in scena con attori di lingua spagnola a Buenos Aires e a Madrid. La verità è un’altra: Giulia, col trascorrere degli anni (ottanta passati), non ha perso la sua capacità di aderire, pur sempre con quella sua inconfondibile cifra personale, ai personaggi più disparati: dalla Vania, a un tempo saggia e svagata, del Giardino dei ciliegi, alla sgambettante Polly dell’Opera da tre soldi; all’aereo folletto della Tempesta, fino alla tormentata, appassionata Elvira, nelle prove teatrali di Jouvet.

ph. Achille Le Pera

E anche qui, la presenza di Giulia Lazzarini, la sua soave, irresistibile maestria espressiva polarizza l’attenzione dello spettatore, che non ha occhi e orecchi che per lei, anche nei moment in cui, apparentemente, il suo personaggio sembra ridursi a muto testimone di ciò che le succede intorno.

Anche per questo motivo non è facile riferire sullo spettacolo. La scrittura è scorrevole, ma c’è un forre scarto fra la prima e la seconda parte: una cesura che, avendo l’autore stesso curato la regia, si deve ritenere voluta e consapevole. All’inizio ci immergiamo in un’atmosfera emotiva e relazionale da spot pubblicitario televisivo: una famiglia ideale ove si esibiscono, verbalmente e fisicamente, i legami affettivi che legano Walter (il padre), Carolina (la madre) e Leo (il figlio), in una serqua quasi ossessiva di baci, abbracci e dichiarazioni d’amore. Su questo sfondo, dipinto a campiture uniformi e sgargianti, si muove, come disegnata con un tenue, sobrio pastello, la figuretta di Emilia (Giulia Lazzarini), col suo pudico ma avvolgente affetto di antica bambinaia di Walter: quasi una presenza aliena, che riesce però a conquistare l’intera famiglia, che le propone di fermarsi, prima a cena, e poi anche a dormire. Ma, a poco a poco, nelle pareti di quel mondo in apparenza idilliaco si individuano delle crepe. La casa, il cui disordine sembrava dovuto a un recente trasloco, manca di ogni funzionalità; Carolina evidenzia un comportamento di totale estraneità al mondo che la circonda; Walter si lascia andare a scatti nervosi; Leo sembra percorrere con difficoltà le crisi proprie dell’adolescenza.

Nella seconda parte, catalizzata dalla visita dello squinternato Gabriel, precedente amore di Carolina e padre naturale di Leo, i precari, artefatti equilibri che sembravano tenere insieme la famiglia si sfasciano, e l’illusorio eden si trasforma in inferno. Il ragazzo tenta un maldestro approccio sessuale verso l’anziana Emila; la moglie dichiara al marito la propria indifferenza affettiva; questi, in un accesso di patologica gelosia, la strozza.

ph. Achille Le Pera

Il finale riprende l’incipit, e chiarisce che tutta l’azione precedente è un lungo flash back (o un ricordo, o un sogno?). Emilia, sola sulla scena, ci espone con serenità la sua condizione attuale: è in carcere, perché si è attribuita la responsabilità di quell’omicidio, con un estremo gesto di protezione nei confronti di Walter, il bambino un tempo affidato alle sue cure. Ci descrive le sue giornate, ci racconta di come quotidianamente si reca nel braccio delle donne con bimbi piccoli, cui ancora dedica le sue amorevoli attenzioni.

Su questo quadro cala il sipario. Ma è la fabula che non convince. Claudio Tolcachir, autore e regista, dice di aver avuto l’ispirazione a scrivere questo testo dall’incontro con la sua vecchia tata. Ma era necessario, per restituirci il quadro di questa tenera creatura, reperto di una stagione sociale ormai perduta, inserirla in un mondo non solo a lei estraneo, ma del tutto irreale, in contrasto con la cifra naturalistica della Emilia di Giulia Lazzarini? È vero che il femminicidio, tristemente frequente ai nostri giorni, risponde a logiche perverse, ma è arduo seguire la dinamica psicologica che conduce all’uccisione di Carolina. E appare ancor meno credibile che Emilia riesca a convincere un tribunale di esserne responsabile.

Resta, dello spettacolo, la magistrale prova attorale di Giulia; l’encomiabile sforzo degli altri interpreti di dare credibilità a personaggi che non ne hanno; una scenografia che è trasparente, efficace metafora di un caos esistenziale, dell’assenza di condivisibili e funzionali regole di vita.

Ma il messaggio di Tolcachir rimane criptico, o quantomeno ambiguo.

 

Claudio Facchinelli

 

Emilia, scritto e diretto da Claudio Tolcachir, con Giulia Lazzarini (Emilia), Sergio Romano (Walter), Pia Lanciotti (Carolina), Josafat Vagni (Leo), Paolo Mazzarelli (Gabriel); scene di Paola Castrignanò.

Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

 

Visto al Piccolo Teatro Grassi il 27 ottobre 2017