Lo strabiliante spettacolo senza parole di Orto-Da, una compagnia israeliana di mimi attori

La labradorite è un minerale grigio scuro, con dei riflessi metallici bluastri. Stones

Albert Speer, l’architetto della corte di Hitler, nel ’42 aveva progettato di utilizzarlo per erigere un monumento che immortalasse le glorie del Terzo Reich, e ne aveva fatto arrivare dalla Scandinavia un’adeguata quantità. Le cose, per fortuna, andarono diversamente e, come per una legge del contrappasso, nel ’48 Nathan Rapoport, un artista ebreo polacco, utilizzò quegli istessi materiali per ricordare la rivolta del ghetto di Varsavia, che per quasi un mese aveva tenuto in scacco le soverchianti forze naziste.
Si tratta di un monumento imponente (oggi ne esiste anche una replica a Tel Aviv), non immune dalla retorica del realismo socialista, che ritrae in altorilievo l’eroe Mordecai Anielewicz, circondato da un manipolo di combattenti stracciati, fra i quali anche una donna con un bimbo sulle spalle. Prendendo le mosse da questo funereo gruppo statuario, la compagnia israeliana Orto–Da ha creato, con Avanim (Pietre), uno dei più straordinari spettacoli sulla Shoah.
Nella cultura ebraica ashkenazita, neppure la manifestazione del più profondo dolore, o la celebrazione più solenne è disgiunta dall’ironia. E in questa creazione forte e poetica, senza parole, affidata esclusivamente all’immagine e al gesto, la più struggente tragedia si risolve in leggerezza, suscita inaspettati sorrisi. Lo spettacolo inizia con un tableau vivant, dove è arduo distinguere dal grigio sfondo monumentale sei figure immobili, apparentemente fatte di quella stessa materia pietrigna. Si ripensa all’inizio della Classe morta di Tadeusz Kantor. Ma poi la pietra si anima e quelle figure, pur senza uscire dallo spazio costrittivo del gruppo marmoreo, restituiscono non solo l’epopea del ghetto di Varsavia, ma una molteplicità di vicende della persecuzione e della riscossa ebraica, come la traversata del Mare Mediterraneo sulla nave “Exodus”. La logica narrativa non è sequenziale, ma procede per associazioni figurative, secondo un processo di continua evoluzione progettuale che – viene il dubbio – è tuttora in corso
StonesLa colonna sonora, coerente con l’intrecciarsi e il mescolarsi delle emozioni, alterna impegnative gravità wagneriane a Smile; il rumore della mitraglia alla leggerezza de La vita è bella di Nicola Piovani; i rauchi, rabbiosi comandi dei soldati nazisti al tenero, ridente vagito di un bebè.
Persino le stelle di David, prima di identificarsi come gli odiosi contrassegni discriminatori sugli abiti degli ebrei, appaiono nel buio come lucciole, volteggiando in una loro danza delicata e dolente. E un nastro giallo fluorescente, fluendo dalla bocca di due degli attori-mimi, prima traccia il disegno infantile di una casa, poi una stella di David, una svastica, per tramutarsi infine in un aquilone. Compaiono anche rose rosse; un reticolato di filo spinato viene fatto risuonare come un’arpa e, nel finale, dal gruppo marmoreo si libra una colomba, simbolo di pace e di speranza.Stones
Lo spettacolo, nato dall’emozione sconvolgente che la scultura di Rapoport aveva suscitato negli artisti di Orto-Da durante una tournée a Varsavia nel 2004, va in scena, sia in luoghi chiusi, sia all’aperto l’anno successivo. Durante dodici anni di vita ha conseguito innumerevoli premi; ha girato per tutto il mondo (Brasile, Cina, Tailandia, Stati Uniti, Canada, Russia, Polonia, Belgio, Olanda, …), e anche in Italia, al Piccolo di Milano, al Gobetti di Torino, a Rifredi. Ma la sua vitalità artistica, la sua spiazzante, incredibile capacità di trasformare il male in bellezza e in poesia, sono tuttora intatte e preziose.

 

Claudio Facchinelli

Avanim (Pietre)
una creazione di Yinon Tzafrir; drammaturgia di Yifat Zandani Tzafrir; regia di Yinon Tzafrir e Daniel Zafrani; consulenza artistica di Avi Gibson Bar-El.
Con: Avi Gibson Bar-El, Mott Sabag, Hila Spector, Nimrod Ronen, Michael Marks, Yinon Tzafrir
Produzione ORTO-DA Theatre Group

Visto l’1l giugno 2017 al Teatro Verdi di Milano, nell’ambito del Festival Milano OFF