Cantori e musici disposti in semicerchio provano a riempire un palco troppo grande e troppo vuoto.

Sedie e panche bianche, talune ricoperte di lenzuola anch’esse bianche, su di esse mestamente sedute donne mortificate in gonnelloni neri. Visi tristi e sommessi, mani giunte, spalle cadenti, occhi spenti.

Questo quanto si presenta agli occhi di un pubblico recatosi a teatro per uno spettacolo musicale che rievocasse canti e balli della terra de lu sole lu mare e lu vientu.

Una schiera di tammorre è sul pavimento, ci si aspetta che prima o poi suonino e si animo, ma per ascoltarne il suono si dovrà aspettare quarantacinque interminabili minuti di nenie incomprensibili.

Meravigliosa la voce di Gabriella Aiello, indiscusso il talento di Nando Citarella e la bravura dei tre musicisti, oltre questi, il resto avrebbe fatto bene a scomparire. Chi prova a recitare non ha i ben che minimi rudimenti dell’arte attoriale, chi si cimenta nel coro non è degno nemmeno di intonar una nota.

Il tutto sempre sopraffatto da una tristezza e lentezza assoluta. Un susseguirsi mesto di litanie che a tutto rimandano tranne che all’allegria della pizzica salentina, dei suoni vivaci, dei balli frenetici e convulsi, dei sorrisi sfrenati di un popolo e delle sue donne sensuali, forti, peccaminose e lussuriose.

Va bene il rimando alle origini di una danza nata nei campi, nelle provincie, ma non si può portare in scena qualcosa che nulla ha a che fare con uno spettacolo! Inesistente la regia: gli “attori” si fanno l’occhiolino per dar al via al canto o semplicemente per avanzare verso proscenio; la recitazione simile ad una predica ecclesiastica senza enfasi, sbagliati gli accenti, scorretta la pronuncia, niente pause, niente punteggiatura, niente assolutamente niente.

È un vero dispiacere che l’unico momento di vivacità sia dato da una convulsa “danza” di una tarantata che si contorce sul pavimento dando l’idea di quello che era l’origine del ballo nato appunto dal morso del ragno.

Dimenticate tutto quello cui pensavate di assistere e soprattutto non abbiate il rimorso di averlo perso.

 

Roma, teatro Vascello, 13 febbraio 2017

Elena Grimaldi