I rovelli psicologici e filosofici di Raskol’nicov tradotti in linguaggio teatrale

Portare sulla scena un testo nato per rimanere sulla pagina è sempre una sfida ardita.

Ma la messinscena di Delitto e castigo, con cui Alberto Oliva ha concluso – almeno per ora – la sua testimonianza di interesse e di amore per Dostoevskij, dopo Il topo del sottosuolo e Ivan e il diavolo, mostra come quella sfida si possa vincere.

Se con i primi due lavori Oliva aveva elaborato una drammaturgia originale (nel primo, con un suggestivo zoom su un personaggio minore dello stesso Delitto e Castigo; nel secondo, dilatando simbolicamente il tema del diabolico, presente nei Karamazov ma sotto traccia quasi in ogni pagina di Fëdor Michajlovič), qui l’impresa era molto più ambiziosa: restituire le linee essenziali dell’avvolgente vicenda di Raskol’nikov, assieme alle complesse implicazioni psicologiche e filosofiche che ne scaturiscono.

Per ottenere questo risultato, Oliva non si è limitato a sceneggiare il romanzo, ma ha cercato di tradurne i nodi narrativi e tematici in linguaggio teatrale. E, in linea di massima, c’è riuscito.

Delitto e CastigoI vari episodi sono montati in una successione che si direbbe cinematografica, con dissolvenze incrociate costituite dai frequenti cambi scena a vista, con rotazioni e ricomposizioni di elementi scenografici che ricordano certe invenzioni di Peter Stein e, sfidando le anguste dimensioni dello spazio scenico, ne moltiplicano le prospettive visuali.

Anche la necessità di contenere il numero degli interpreti, facendo interpretare più di un personaggio ad uno stesso attore, è affrontata con brillanti soluzioni registiche: uno splendido Massimo Loreto svolge da par suo non solo il ruolo dell’ambiguo giudice istruttore Porfirij Petrovirič, ma anche quello di Alëna Ivanovna, la vecchia usuraia che, nella prima scena, muore sotto i colpi della scure di Raskol’nikov, e le cui poche battute sono pronunciate in russo: un espediente spiazzante quanto fascinoso, che viene ripreso, con un felice colpo di teatro, in un successiva sovrapposizione dei due personaggi, come in una mostruosa allucinazione nella testa dell’assassino. Due anziane madri, quella della tenera, indifesa prostituta Sonja e dello stesso Raskol’nikov, sono incarnate con teatrale efficacia da un’altra attrice di razza, Maria Eugenia D’Aquino.

Fra i giovani, da segnalare almeno Valentina Bortolo, che supera l’insidioso trabocchetto del patetismo, insito nel difficile personaggio di Sonia; ma soprattutto Francesco Brandi, che riesce a coniugare in modo credibile la contorta, mutevole personalità di Raskol’nikov, trascorrendo da un’apparente, esteriore lucidità all’esaltazione superomistica, fino ad un’allucinata, inquietante fissità.

E la parola del tormentato Fëdor Michajlovič, sostenuta e sublimata dall’azione teatrale, entra nella coscienza dello spettatore.

 

Claudio Facchinelli

Visto al Teatro Parenti di Milano il 18 marzo 2017

 

Delitto e castigo – Una discesa agli Inferi tra lucidità e follia

Adattamento di Alberto Oliva e Mino Manni da Fëdor Dostoevskij
Regia di Alberto Oliva; scene di Alessia Margutti; costumi di Simona Dondoni; musiche originali di Gabriele Cosmi; disegno luci di Alessandro Tinelli; assistente alla regia, Sara Marconi
Con: Valentina Bartolo, Sebastiano Bottari, Francesco Brandi, Maria Eugenia D’Aquino, Matteo Ippolito, Massimo Loreto, Mino Manni, Sara Marconi, Camilla Sandri

Produzione Teatro Franco Parenti con la collaborazione della Compagnia i Demoni.