L’iniziativa di dare nuova vita alle fastose dimore sabaude con manifestazioni teatrali, indirizzate al versante coreutico e circense, compie dieci anni

La prima notizia, però, non è buona: Beppe Navello, ideatore e anima di Teatro a Corte ha rinunciato a chiedere il rinnovo del suo mandato di direttore artistico della fondazione Teatro Piemonte Europa.

ph. Domenico Conte

Non è compito del recensore entrare nel merito dei complessi giochi di potere che hanno motivato la sua decisione. Mi limito a osservare che Navello è un gentiluomo all’antica, erede di quella cultura piemontese, a un tempo solidamente provinciale e aristocratica, che da oltre due secoli (ben prima che si parlasse di Unione Europea) ha guardato oltralpe. È stato l’uomo giusto al posto giusto, ed è uscito per la comune – come si legge nei vecchi copioni – limitandosi a salutare e ringraziare senza recriminazioni, con quella signorilità che lo contraddistingue, coloro che sono stati i suoi compagni di viaggio.

Detto ciò, in questo primo approccio a Teatri a Corte (che, in questa edizione sarà articolato in tre fine-settimana, fin all’inizio dell’inverno), si sono già viste alcune cose belle. Prima della trasferta a Venaria Reale, Ambra Senatore aveva presentato al teatro Astra di Torino l’anteprima di un suo studio (titolo provvisorio: Scène mère) destinato a debuttare al Festival di Avignone.

A seguire, con la Promenade Jonglée au Château, ci ha guidato attraverso le sontuose gallerie secentesche della Reggia di Venaria Jérôme Thomas, artista di nouveau cirque, imparentato, nell’aspetto, nella cifra poetica ed ironica, al grande Tati.

ph. Domenico Conte

“È del poeta il fin la meraviglia”, cantava nel ’600 Giambattista Marino: un principio che sembra esser sceso per li rami, informando di sé le grandi istituzioni circensi fino ai giorni nostri, fino alla poetica dei loro ultimi eredi, come Transe Express, creatore di Mù. Cinématiques des fluides. Qui, non sono le machinae barocche, ma è una svettante, quasi temibile gru a governare lo stupefacente marchingegno sospeso (un immenso cocomero? una batisfera? un mostro marino? un fiore malefico?), dal quale fuoriescono gli artisti, perigliosamente imbracati, che suonano, danzano, volteggiano; mentre altri, a terra, manipolano in processione grotteschi pupazzi e inquietanti figure zoomorfe (pesci, meduse, serpenti) assieme a una banda di ottoni che si muove fragorosamente e festosamente tra la folla degli astanti, a naso in aria.

ph. Domenico Conte

Uno spettacolo quasi pirotecnico, sovraccarico, ricco di suggestioni figurative e letterarie (dalle inquietanti creazioni di Hieronymus Bosch alle esplorazioni abissali di Jules Verne), che ha attirato famiglie intere: oltre cinquemila spettatori.

Il giorno successivo, la sgangherata banda La Paranza del Geco ha guidato il pubblico attraverso il parco del Castello di Aglié fino al luogo ove si esibiva la Dual Band, un gruppo di figli d’arte (fra di loro ricorre il cognome illustre di Borciani, violinista del prestigioso Quartetto Italiano). Music Circus trascorre con naturalezza dalle note di Cabaret a quelle di una brahmsiana Danza Ungherese, restituita con le sole voci e una tastiera; fino a un “Tutto Shakespeare in cinque minuti”. Ogni esibizione è introdotta in un variopinto, multietnico grammelot, che ci riporta al tempo dei guitti girovaghi, capaci di farsi intendere dal pubblico delle più remote regioni d’Europa.

ph. Domenico Conte

In una radura, limitata da abeti, platani, cedri del libano, è stato apprestato il semplice spazio scenico per Hêtres, della compagnia francese Libertivore. Kamma Rosenbeck, giovane donna dalla pelle diafana, si materializza uscendo dai cespugli come una ninfa dei boschi, e inizia un approccio, inizialmente timido, poi via via più ardito con un oggetto (una radice di faggio?) sospeso nell’aria, intrecciando le proprie forme delicate a quel profilo ritorto e levigato. Le sue figurazioni sembrano sfidare le leggi della gravità; permeate di una sensualità lieve ma coinvolgente nella sua intensità poetica, ci parlano di un rapporto panico, di una identificazione con la natura che la civiltà ci ha fatto dimenticare.

La conclusione della giornata, affrettata da un accenno di temporale passeggero, era ancora affidata agli stravaganti polistrumentisti di Mr. Tannunzio & His Orchestra della Paranza del Geco.

Il terzo giorno, alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, due esibizioni di segno molto diverso.

ph. Domenico Conte

Nella luce radente del sole al tramonto, i francesi di Dyptik hanno proposto D-Construction, una vitale esibizione di danza nelle acrobatiche forme dell’hip-hop, affidato a un gruppo rigorosamente multietnico. Sulla scena, un traliccio tubolare con una rete metallica. I danzatori e le danzatrici (alcuni giovani rasta, inizialmente mescolati agli spettatori) salgono a uno a uno sulla bassa pedana, ai due lati della quale ha preso posto il pubblico che, sul finire della performance, viene invitato a salire sul palco: una trasparente esortazione a scavalcare insieme i muri eretti per separare.

L’ultimo spettacolo della giornata, sotto un cielo ormai azzurro e un luminoso primo quarto di luna che sovrasta il nobile profilo del cervo sulla sommità della Palazzina, è FierS à Cheval della Compagnie des Quidams. Un manipolo di personaggi biancovestiti escono da un’ala laterale della Palazzina e la percorrono in lenta processione, fino alla bassa scalinata dell’ingresso principale. Qui, come per magia, si trasformano d’un tratto in colossali cavalli bianchi, che ora scalpitano, ora si ammusano, ora si inginocchiano per farsi blandire da un domatore dalla lunga palandrana, anch’egli in bianco, finché dal lato opposto della piazza antistante si libra nell’aria un gigantesco, candido ippogrifo. Una performance visionaria, immaginifica, ove un’artigianale ma ingegnosa scenotecnica si pone al servizio del teatro di figura, come nelle barocche, magnificenti invenzioni scenografiche della corte del Re Sole.

ph. Domenico Conte

Certo, in tali contesti ambientali, uno spettacolo come questo, come pure la Promenade attraverso le sale e la Galleria Grande, realizzata da Filippo Juvarra alla Reggia di Venaria, acquista un fascino ulteriore. Ma non si tratta solo di una fascinosa ambientazione, ma di una intrigante consonanza culturale. Questa è stata la felice intuizione di Beppe Navello, dieci anni fa.

Temo che Teatro a Corte, ammesso che sopravviva, senza di lui non sarà più la stessa cosa.

Claudio Facchinelli

Festival Teatro a Corte 2017 – prima parte

Visto a Torino e nelle dimore sabaude dal 30 giugno al 2 luglio.