“La Signorina Else” di Andrea Buscemi e Martina Benedetti al Festival La Versiliana.

È appena iniziata la 38a edizione del Festival La Versiliana che, per l’estate 2017, oltre al Gran Teatro all’aperto apre anche il Caffè Chantant, spazio non troppo teatrale che tuttavia rievoca il ricordo di quei Caffè Concerto parigini in cui si ammiravano spettacoli di ogni tipo. Nel lusso borghese dei teatri di quel tempo, tra spettatori più in cerca di incontri che di intrattenimenti, avrebbe potuto trovar posto la Signorina Else, personaggio di Arthur Schnitzler, analizzata e riportata sulla scena de La Versiliana dal regista Andrea Buscemi e dalla giovane attrice Martina Benedetti.

Tutti gli appassionati di teatro conosceranno Schnitzler, scrittore e drammaturgo nonché medico austriaco, talento curioso e poliedrico. Ma anche chi si occupa di psicologia dovrebbe rivalutarlo, leggerlo e conoscerlo poiché nelle sue opere si riscontrano i soggetti dello studio freudiano, il complesso edipico, la lotta fra Io, Es e Super Io, l’ipnosi; non a caso è noto l’interesse di Freud per le sue opere, che nascevano e venivano pubblicate negli stessi anni in cui il neurologo-filosofo inventava la psicoanalisi.

“La Signorina Else” non è che un lungo monologo in cui la giovane figlia di ex benestanti in bancarotta si interroga sul senso della sua esistenza, su ciò che vorrebbe, su ciò che è per sé stessa e per gli altri. La fragilità della condizione di donna poco matura rispecchia la fragilità della sua singolare personalità, così condizionata dalla vita passata, dagli agi economici, dal modo di vivere borghese, dalle buone maniere; questa l’esteriorità, mentre l’interiorità di Else, soffocata dalle disgrazie di un imminente presente di cui vede crollare i fondamenti – il benessere, il pudore, la buona reputazione – urla scomposta. Due volti presenti in Schnitzler, presenti negli studi di Freud e presenti anche nella versione di Andrea Buscemi, che legge Else in modo assolutamente personale, con una regia che forse non tutti i lettori di Schnitzler condividerebbero e tuttavia curata nel dettaglio, coerente e accettabile stilisticamente.

La Else di Buscemi è giovane, ingenua, superficiale, fin troppo sciocca per avere una così profonda personalità: un personaggio tragicomico, che suscita riso e pena ma talvolta anche disprezzo, per la sua incapacità di reagire e agire. Else non è una vincitrice ma una vinta della sua storia: la sua morte è inettitudine, la sua paura è in linea con le sue buone maniere ma non con il suo sentimento e non con la sua stupidità di ragazza che potrebbe vendersi per tornare ad avere tra le mani quei denari che il padre ha sperperato. Per chi si sacrifica Else morendo? Per un padre che non la ama? Eppure il padre non avrà i suoi soldi poiché Else ha scelto di morire piuttosto che concedersi al signor Dorsday in cambio di denaro. Forse la colpa è l’odio che prova: l’odio per la società così crudele e materiale, l’odio per il padre che pretende troppo da lei, l’odio per tutti quelli che la lasciano sola, a morire. La Else di Schnitzler è già morta ma ha una scelta, in bilico fra l’oblio e una fine alla Marguerite Gautier; per questo la comicità della Else di Buscemi non convince fino in fondo, perché nel dramma di Schnitzler c’è poca commedia e poco sarcasmo: il sarcasmo avrebbe un senso se solo Else si concedesse, crudele e davvero doppiogiochista, ai voleri del padre e di Dorsday. L’Edipo di Schnitzler non si legge in Buscemi se non nelle battute finali: «Dammi la mano, papà. Voliamo insieme. È così bello il mondo se uno sa volere. No, non baciarmi la mano. Sono la tua bambina, papà» riprese dall’originale. Simboli psicoanalitici chiari e forti di una condizione tragica, che non lascia spazio all’idiozia. Il doppio c’è ma dovrebbe forse essere trasgressività-aderenza alla morale piuttosto che disperazione-stoltezza. E anche l’ipnosi in un certo senso è riscontrabile e dovuta a una forza superiore, al coraggio della stupida Else che fa ricorso al Veronal per allontanarsi dalla pura realtà e fuggire in un altrove che in realtà è esso stesso la realtà.

Sensazionali sono i giochi di luce scelti da Buscemi, efficaci e parlanti, come se la luce fosse un personaggio protagonista, un demiurgo che regna sul mondo di Else, sui suoi malesseri, sui suoi sentimenti, un demone che decide per lei, che sceglie quando mostrarla e quando celarla. Ed Else nella penombra, nel semi-buio sembra qualcun altro, magari la sagoma dell’uomo cattivo che usa la donna come oggetto, magari l’ombra del padre che ha con lei un qualche rapporto incestuoso, magari quel che resta della sua interiorità, plagiata dalla società che la circonda fino a diventare maschilista, fino a farla suicidare. La scelta delle colonne sonore è ugualmente perfetta per la Else di Buscemi. La scena non avrebbe potuto che essere spoglia e il vestito di Else non avrebbe potuto che essere rosso, simbolo della sua indisposizione, del sangue che presto sarà versato, ma anche della passione che arde in lei ma che viene repressa.

Una regia, quella di Buscemi, curata nel dettaglio; un lunghissimo monologo che richiede, da parte dell’attrice, un’estrema concentrazione nell’emissione di ogni singola parola, di ogni singolo sospiro. Una drammaturgia che il regista abilmente fa propria e trasmette all’attrice, degno medium di questa rilettura registica. Quello tra Andrea Buscemi e Martina Benedetti è un lavoro concertato perfettamente, se discutibilmente aderente all’opera di Arthur Schnitzler, sicuramente ottimo dal punto di vista della rielaborazione drammaturgica, un po’ come ricordo del dramma borghese, un po’ come originale prodotto di un teatro contemporaneo dotto e consapevole.

Pietrasanta – LA VERSILIANA, 18 luglio 2017.

Benedetta Colasanti