Sguardi divergenti e complementari sul conflitto israelo-palestinese

 

Bene ha fatto il Piccolo di Milano a riproporre uno spettacolo significativo e denso come Credoinunsolodio, prodotto nella scorsa stagione. E se il gioco di parole suggerito dal titolo appare una sottolineatura, forse non necessaria, della pluralità di sguardo che percorre l’intero lavoro, il gioco di rimandi che materiano il testo e la regia contribuisce a farne una delle cose più affascinanti viste negli ultimi tempi.

È ormai ricorsivo per Stefano Massini affacciarsi su temi afferenti all’ebraismo, segno di un interesse non casuale né effimero; ma questa attrazione trova qui una delle sue forme più felici e riuscite, che la regia a sei mani di Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti e Mariangeles Torres – e la loro interpretazione – raccoglie e sviluppa con sensibilità e intelligenza.

Il testo, scritto nel 2011, fa riferimento al conflitto israelo-palestinese, e prende le mosse da un fatto di cronaca risalente al 2002: l’esplosione del bar di Rishon LeZion. Purtroppo, non solo da allora la situazione in quella terra tormentata non è cambiata, ma l’episodio sembra assumere il valore di archetipo della violenza e del fanatismo, perpetrati in ogni angolo del mondo.

Massini traccia il profilo di tre donne, tanto diverse quanto simili; estranee l’una all’altra, ma accomunate da un fatale destino comune. Eden Golan (Mariangeles) è una giovane docente universitaria, convinta sostenitrice di una apertura al dialogo con gli arabi. Shirin Akras (Manuela), studentessa palestinese, ha invece l’aspirazione a divenire martire di al-Qassam, ed immolarsi per la causa del suo popolo. Mina Wilkinson (Sandra), nordamericana, è un soldato, probabilmente in forza a un contingente internazionale di peace keeping, e ostenta un atteggiamento equidistante, ma ottusamente cinico.

credoinunsolodio

ph. Marasco

Le tre donne non verranno mai a diretto contatto, fino al funesto finale. Delle prime due si scandagliano anche le incertezze, le convinzioni che rischiano di incrinarsi di fronte all’orrore della realtà. Mina ha invece il ruolo di un distaccato personaggio coro: non partecipa della passione civile delle altre due, ma sembra suggerire un lettura diversa del conflitto, mosso da meccanismi più complessi e meno visibili, obbedienti alle leggi del profitto. Una felice intuizione dell’autore, amplificata dalla regia, rende però quelle tre figure come sovrapponibili, fin dal colore neutro e la foggia degli abiti, dove un tailleur pantaloni non si discosta molto da una divisa militare; uno scialle può apparire un velo islamico, e generare tragici equivoci. Mentre Eden si prepara e si trucca per recarsi a una festa, compie la stessa operazione, pronunciando le medesime battute, ma per mescolarsi agli ospiti di un locale che, a distanza, con un telecomando, farà saltare in aria.

Il finale, ove un’esplosione ucciderà tutte e tre le donne nel bar dove sono casualmente convenute, mi ha ricordato uno splendido, coraggioso documentario israeliano, The Gatekeepers – I guardiani di Israele, di Dror Moreh, dove un dirigente in pensione del servizio di sicurezza israeliani, lo Shin Bet, rivela la tragica necessità, in certe circostanze, di mettere sul piatto della bilancia la probabilità di uccidere un innocente, confrontarla con quella di salvare una ventina di altre vite e, in una manciata di secondi, operare una scelta.

Oltre alla bravura e al sorprendente affiatamento delle tre interpreti e registe, mai sopra le righe, neppure nei momenti di massima tensione drammatica, è da segnalare la pertinenza ed efficacia della colonna sonora; un disegno luci che esalta una scenografia, ad un tempo realistica e simbolica; il criptico ma suggestivo espediente delle sedie e dei tavolini che, sospesi alla graticcia, vengono calati solo successivamente nello spazio scenico, per modificarne l’arredo.

Un’ultima osservazione sul valore politico ed etico e dello spettacolo. Anche se oggi le forme più becere dell’antisemitismo si direbbero confinate a infime minoranze, non è tuttavia agevole muoversi su quello sdrucciolevole terreno che è la politica dello stato d’Israele, ove troppo spesso l’ideologia e il preconcetto innescano contrapposizioni dialettiche non sempre facili da comporre. Stefano Massini vi si avventura con onestà e coraggio, senza la pretesa di offrire risposte, ma obbliga chi esce da teatro a porsi domande scomode.

 Claudio Facchinelli

 

Credoinunsolodio di Stefano Massini

Diretto e interpretato da Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti, Mariangeles Torres

Scene di Mauro De Santis; costumi di Gianluca Sbicca; luci di Claudio De Pace, musiche di Francesco Santalucia; movimenti di Marco Angelilli

Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

 

Visto al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano il 12 aprile 2017