Ancora una puntata del diario di bordo di Claudio Facchinelli, nostro inviato al Festival “Primavera dei Teatri” diretto da Saverio La Ruina

Castrovillari, 31 maggio 2014 – Due giorni nei quali il ventaglio della nuova drammaturgia si è dispiegato, nel bene e nel male, quasi in tutta la sua varietà di offerte e di generi.

Michele Santeramo non ha ancora quarant’anni; Antonio Tarantino, quasi il doppio: due autori, già affermati, che più diversi non si può; due stili, due generi teatrali, due registri linguistici.

Una scena da "La prima cena" di Michele Sinisi

Una scena da “La prima cena” di Michele Sinisi

La prima cena è una produzione di Teatrino dei fondi, il versante operativo teatrale delle edizioni Titivillus. Detto in sintesi, un testo ben scritto, ben diretto, ben recitato. La regia di Michele Sinisi si ispira esplicitamente a Eduardo, a una mimesis biou, un realismo che non è una riproduzione di stereotipi, ma una ricostruzione in profondità del reale, nel solco della grande tradizione teatrale europea; quella di Stanislavskij, per intenderci. Incontrandoli fuori scena si fatica a riconoscere gli attori visti la sera prima sul palcoscenico; e non per travestimenti strani, ma per l’invenzione di posture, di gestualità cercate nell’interiorità del personaggio, nelle quali l’attore si invera: si parva licet componere magnis, viene da citare la pereživanie. Sul palcoscenico del teatro Sybaris, sei figure che sono ad un tempo mostri e soggetti di ordinaria quotidianità. La vicenda è costellata da colpi di scena, in una logica densa di suspense, eppure con un finale aperto alla fantasia dello spettatore. Sorprende che l’autore sia un giovane, e verrebbe da chiedersi: ma allora, dove sono i nuovi linguaggi? Forse la domanda è oziosa, ma azzardo una risposta. Nel momento in cui non ci si limiti a riprodurre, ma a far rivivere (questo il significato etimologico del termine pereživanie) una grande tradizione, inserendovi nuova linfa, questa operazione può iscriversi a pieno titolo nella categoria della nuova drammaturgia.

Visionario, graveolente di umori fisiologici, il linguaggio di Namur (o della guerra e dell’amore) di Antonio Tarantino. La regia è di Teresa Ludovico, in scena con Roberto Corradino. L’azione si svolge nel 1815, durante la rotta dell’esercito napoleonico, in un fienile che, paradossalmente, è anche un nido di amore, dove si è appena consumato un amplesso fra un’appassita vivandiera e un soldatino dall’acerba, non del tutto definita sessualità. Due monadi venute a contatto, in una situazione precaria ma coinvolgente, specie per la donna. Intorno, bagliori di incendio, echi indistinti ma minacciosi di soldati in marcia. Lui, determinato a salvare la pelle, elabora cervellotici piani di fuga; lei rincorre il sogno di un amore tanto improbabile quanto totalizzante, fin al romantico, tragico finale. I costumi, laceri, ciancicati, restituiscono con realismo il momento storico, ma proprio questa fedeltà trascende a parabola universale sulla guerra e sull’amore. La parola, ora straripa, ora è materialmente soffocata, e disegna paesaggi che rivelano la pregressa attività pittorica di un artista che solo in età provetta si è cimentato con la scrittura. Corradino, forse non è del tutto in parte, ma si destreggia con sicurezza in un ruolo difficile. La Ludovico indossa a pennello i panni di un personaggio che le si direbbe cucito addosso.

Molto meno convincenti i due lavori visti il giorno successivo.

Con Discorso celeste, la compagnia Fanny & Alexander, dopo Discorso Grigio, sulla politica, e Discorso Giallo, sull’educazione, affronta il tema dello sport come esperienza mistica, religiosa.

Di loro ricordavo lavori di forte impronta sperimentale ma, fossero installazioni, performance, o spettacoli teatrali propriamente detti, erano di regola improntati ad una grande raffinatezza, ad una poetica che definirei minimalista. Qui, la muscolare performance di Lorenzo Gleijeses e la partitura sonora di Mirto Baliani ti precipitano immediatamente in una dimensione sopra le righe, peraltro ripetitiva. Batterie di riflettori sparati negli occhi del pubblico, lampade stroboscopiche, la macchina del fumo, un video in 3D (da osservare con gli occhialini bicolori, consegnati all’ingresso), la voce registrata, fuori campo ma invasiva, di Geppy Gleijeses, completano l’opera. E la funzione ascetica dello sport? Confesso che non sono riuscito a coglierla.

Aspettative disattese anche per Atridi/metamorfosi del rito.

Della Piccola Compagnia della Magnolia avevo visto cose pregevoli: una sorprendente Casa di Bernarda Alba, un Molière. L’idea di partire da un archetipo greco per esplorare il tema della dinamiche distruttive della famiglia (uno dei topoi ricorrenti di questa edizione di Primavera dei Teatri), declinato nelle sue innumerevoli varianti successive, da Yourcenar a Pasolini, poteva anche essere originale, ma non ha funzionato. Diversi i momenti felici: l’incipit, l’explicit, alcuni intermezzi coreutici. Ma, nel mezzo (due ore di spettacolo), tanta fuffa. A volte sorgeva il dubbio di una consapevole ricerca di sgradevolezza: accettabile e funzionale, per esempio, nella scena del banchetto; non nella scostante, inutile esibizione del seno nudo di Clitennestra. Spesso, nei processi creativi, togliere è più importante che mettere. E qui era il caso.

Dopodiché, per rinfrancarsi, l’unica scelta è trasferirsi al “Dopofestival”: un locale fra il  bar, il pub, la discoteca, ricavato nelle celle e fra i cunicoli, sapientemente illuminati, della prigione (che era funzionante fino a pochi decenni fa), che si affacciano lungo il fosso che delimita un lato del cortile del Castello Aragonese.

È affollato di giovani: artisti e stagiste del festival, ragazzi di Castrovillari. Ci si consola con un sorso di vodka Russkaja Standart; si commenta ciò che si è visto; si tira fino a notte tarda.

Claudio Facchinelli