Circo Kafka

di Roberto Abbiati

con la partecipazione di Johannes Schlosser

regia Claudio Morganti

musiche Claudio Morganti e Johannes Schlosser

scene Laboratorio del Teatro Metastasio

macchinista costruttore Marco Mencacci

produzione Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa

in collaborazione con Armunia residenze artistiche

Si racconta che l’autore, nel leggere ad alcuni amici il primo capitolo del suo nuovo romanzo, rise così tanto da arrivare alle lacrime. Le prime pagine di quel manoscritto avrebbero costituito l’incipit di una delle opere letterarie, rimasta incompiuta e pubblicata postuma solo nel 1925, che con più profonda e visionaria lucidità abbiano affrontato il tema della condizione dell’uomo contemporaneo. L’opera: Il processo. Autore: Franz Kafka.

Roberto Abbiati (in scena) e Claudio Morganti (in regia) con la partecipazione di Johannes Schlosser (musiche, eseguite dal vivo) con Circo Kafka portano in scena al Pimoff di Milano un lavoro liberamente ispirato al romanzo dello scrittore boemo, che punta sugli aspetti grotteschi e paradossali dell’opera.

Gli spettatori, accolti da Abbiati in vesti inquietanti quanto provvisorie, vengono introdotti nella pièce da un biglietto che reca la frase che segna l’apertura del romanzo: “Qualcuno doveva averlo calunniato, perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina Josef K. fu arrestato.”

Da quel momento ci troviamo immersi in uno spazio autenticamente scenico, ricco di costumi e meccanismi teatrali, e al tempo stesso profondamente quotidiano, intimo, con un letto e le coperte che recano ancora il calore di un riposo mancato. O di incubi troppo mostruosi per non essere reali.

Ciò che con sapiente regia e la mimica istrionica di Abbiati, velata di smarrita tristezza interpretativa, viene messo in scena è una beffarda rappresentazione di una realtà ‘altra’, in cui è la macchina stessa del teatro che si accolla l’onere di condurre lo spettatore a una (possibile) rappresentazione dell’universo kafkiano raffigurato ne Il processo.

Giochi, utilizzo di oggetti, ruote dentate e fisarmoniche, strumenti musicali e gessetto spodestano di fatto la parola. Anche il tentativo di difesa dell’imputato è solo un flebile suono armonico.

Una spalliera del letto/banco degli imputati/lapide, cambi d’abito militareschi e occhiali da sole smontano e ricreano l’artificio scenico, ne destrutturano lo spazio e la consistenza per innalzarlo al rango di circo della vita.

Se “Il comico essendo intuizione dell’assurdo, mi sembra più disperato del tragico(Ionesco), il linguaggio teatrale utilizzato, attraverso il gioco, le trovate, le gag clownesche, suoni gutturali ed espressioni facciali perplesse, suscitando ilarità e aprendoci all’imprevisto e alla sorpresa, sottende e instilla la potente rivelazione di una mancanza di prospettiva, di direzione, in definitiva di senso che vive lo spaesato Joseph, protagonista del romanzo.

Fino alla rappresentazione dell’intima assurdità del reale, abbagliata della sinistra luce di una – per usare le parole di Kafka – “Legge speciale creata apposta per me“.
Una legge la cui struttura, inconoscibile quanto la sua origine, deforma il nostro quotidiano, la nostra emotività rendendoci, forse, niente più che animali da palcoscenico, marionette di un grottesco spettacolo circense.

Apprezziamo nella messa in scena una chiarissima scelta di campo e di intenzione poetica, l’allestimento di un ‘teatro fragilissimo’, secondo il metodo Morg’hantieff, che attraverso apparenti improvvisazioni, movimenti e clownerie, tende a ricreare l’imbarazzo dell’uomo di fronte alla legge. Davanti a quel tribunale che “Non ti chiede nulla. Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai”.

Fino a giungere all’esecuzione finale di un oggetto di scena accompagnata dalle malinconiche note di una cornamusa, suonata in scena dallo stesso Abbiati, che sembra quasi voler accompagnare l’epilogo senza troppo ferire, dolendosi che il circo (o la vita), che ci è dato di sperimentare, per quanto beffardo e grottesco possa risuonare, vorremmo non avesse mai fine.

Diego Galdi