Intervista al coreografo Mauro Astolfi che presenta la propria opera a Firenze.

Il Teatro Verdi si accinge ad ospitare “Carmina Burana”, atteso per il 21 dicembre. Lo spettacolo, coreografato da Mauro Astolfi su musiche di Carl Off, rinasce, in un nuovo allestimento, con la Spellbound Contemporary Ballet.

«Inizialmente è stata un’idea paradossale perché non amavo la partitura musicale di Off e questo titolo “Carmina Burana”. Ho poi analizzato la storia dei ritrovamenti dei manoscritti dei monasteri benedettini e sono rimasto affascinato dalla figura dei goliardi, personaggi che dissacravano il tempo, la cultura, le imposizioni della chiesa, ed esortavano i giovani a godersi la vita, fuggendo dai dogmi religiosi e culturali». Ci potremmo aspettare misteri, riti oscuri, quelli di un passato arcaico che, a volte, sembra ancora vivo in una parte molto profonda di noi uomini contemporanei, come se l’esistenza del Super Io freudiano fosse una certezza. «Sicuramente quello che siamo adesso è frutto di un’evoluzione, di una trasformazione, di un adattamento, quindi non ho problemi a pensare che l’uomo porti dentro di sé tracce di un passato lontano, di un Super Io. Ma non mi sono posto il problema. Con la mia opera ho analizzato l’arte contemporanea, nello specifico la danza».

Il coreografo sembra guardare il presente, nella priorità del bisogno di esprimere, per mezzo dei movimenti, emozioni. «Fin da piccolo sono stato affascinato da quanto si potesse esprimere con il corpo; sentivo la necessità di creare movimenti in continuazione, e così è stato. Diventare coreografo, più che un desiderio, è stata una scoperta progressiva, inizialmente casuale; poi la mia predisposizione a creare movimenti si è trasformata in professione. Il teatro è diventato, per me, il luogo che poteva ospitare in maniera organizzata un’idea assolutamente disorganizzata che avevo all’inizio sulla danza. Ho cominciato ad amare il teatro in quanto posto che mi ha dato la possibilità di portare delle mie idee di fronte alla gente». Comunicare, trasmettere, parlare, attraverso l’arte del corpo, proprio come le arti performative antiche. «Stilisticamente, danza classica, tradizionale e danza moderna, contemporanea, sono molto diverse, ma per quello che accade in scena, un danzatore parla, qualsiasi stile adotti; per questo penso che la danza possa anche fare a meno della musica».

Ma come è stata la realizzazione pratica di “Carmina Burana”? «Vivendo e operando in Italia, le difficoltà sono risultate soprattutto dal reperimento di fondi; abbiamo optato per un allestimento molto povero ma efficace ed avvincente. Per quanto riguarda il lavoro con gli interpreti, le difficoltà variano di grandezza a seconda dell’artista che si ha di fronte, della sua sensibilità, della sua passione, della sua curiosità di penetrare all’interno di un certo tipo di significato». Il numero degli allestimenti e delle apparizioni sui cartelloni a livello nazionale e internazionale mettono in evidenza il successo di “Carmina Burana”, soddisfazione, ovviamente, anche del coreografo: «Credo che il successo dipenda da una miscela molto ben riuscita. Non so da cosa altro possa dipendere, non l’ho mai capito fino in fondo. Il pubblico a volte percepisce il messaggio, altre volte no, ma non importa. Il bello della danza è che, a differenza di tutte le altre arti, non si fa portatrice di un messaggio univoco, ma piuttosto di significati che evocano in ogni singolo diverse emozioni, storie, aspetti della vita, mostrandogli proprio ciò che desidera vedere».

Benedetta Colasanti