In un periodo di riposo forzato – dettato da motivi di salute – Pier Paolo Pasolini si dedica per la prima volta alla scrittura teatrale, ispirato da La vida es sueño (1635) di Calderon de la Barca nel 1966 nasce appunto Calderón, dato alle stampe nel 1973 sarà l’unico suo testo teatrale pubblicato in vita.

Confrontarsi con la parola pasoliniana, così intensa da non essere immediatamente fruibile, è ardua impresa; confrontarsi con la storia di questa medesima tragedia, se solo si pensa che il primo a metterla in scena è stato Luca Ronconi coadiuvato dalle scene di Gae Aulenti, poteva rendere il tutto ancora più faticoso; Francesco Saponaro supera il confronto, affronta analiticamente una parola corposa dando vita a una messinscena rigorosa, seria, elegante. Il testo originale è suddiviso in episodi e non in atti, il regista rispetta questa suddivisione eludendo però i dettami del drammaturgo nel passaggio da una scena all’altra, non c’è alcun speaker, nessuna voce fuori campo ma ci si affida a scene scomponibili che introducono di volta in volta nuovi luoghi, e alle immagini e ai video proiettati sugli schermi. Las Meninas – il dipinto di Velázquez del 1656 conservato oggi al museo del Prado di Madrid – campeggia nel testo pasoliniano e nella messinscena di Saponaro, inizialmente proiettato sui rettangoli decomponibili che costituiscono la scena, appare poi nei particolari sugli schermi. Per agganciarsi al dipinto il drammaturgo suggerisce l’utilizzo di specchi per introdurre i personaggi di Doña Lupe e Basilio, il regista si affida al video e alla magistrale seppur breve interpretazione di Anna Bonaiuto. Quest’ultima è l’unica attrice ad apparire unicamente in video, ma come tutti – fatta eccezione per l’interprete della protagonista Rosaura, Maria Laila Fernandez – interpreta due ruoli. Così la Bonaiuto è come già detto Doña Lupe e Doña Astrea, Andrea Renzi si cala nei panni di Sigismondo e di Basilio, Francesco Maria Cordella è Manuel e il prete, Luigi Bignone dà corpo e voce sia a Pablo che a Enrique e Clio Cipolletta si fa in quattro interpretando Stella, Carmen, Agostina e la suora. Gli attori guidati dal regista affrontano rigorosamente la tragedia, il rigore non è un demerito ma è l’unico modo per padroneggiare le tante tematiche che il drammaturgo propone: potere maschile e femminile, feroce critica alla borghesia e ai suoi valori, alle dittature, alle convenzioni, l’amore, il sogno, l’utopia, l’irrealizzabilità del tutto nonché una critica al mondo della scena attraverso un sottile gioco meta-teatrale . Gli attori reiterano le scene, le battute, passano da un sogno all’altro, da una confessione all’altra, da una lingua all’altra, da una disillusione all’altra senza mai batter ciglio, mantenendo sempre un ritmo veloce, serrato, mostrando una passionalità che cresce di sogno in sogno, quasi a divenire parossistica ma mai sgradevole. La scrittura scenica creata da una regia puntuale ed esigente, sostenuta da scene mobili e originali, da un utilizzo delle luci mai banali, ma soprattutto da un’interpretazione attorica appassionata e senza sbavature, aiuta a digerire l’amaro disincanto del lungimirante Pier Paolo Pasolini.

Mariarosaria Mazzone

Teatro Nuovo, 24/02/2016

Calderón
di Pier Paolo Pasolini
regia Francesco Saponaro
scene Lino Fiorito
costumi Ortensia De Francesco
luci Cesare Accetta/ENTRACTE
suono Daghi Rondanini
con Maria Laila Fernandez (Rosaura); Clio Cipolletta (Stella, Suora, Carmen, Agostina); Andrea Renzi (Sigismondo, Basilio); Francesco Maria Cordella (Manuel, Prete); Luigi Bignone (Pablo, Enrique)
e la partecipazione filmata di Anna Bonaiuto (Doña Lupe, Doña Astrea)
direzione tecnica Lello Becchimanzi
videoproiezioni Mauro Penna
assistenti alla regia Giovanni Merano, Luca Taiuti
assistente ai costumi Francesca Apostolico
sarta Anna Russo
foto di scena Laura Micciarelli /ENTRACTE
ufficio stampa Renato Rizzardi
produzione Teatri Uniti
in collaborazione con Università della Calabria