Il rapporti familiari sono un mistero e nascondono sotto diversi livelli di sabbia un cumulo di non detti. Per vivere in famiglia ci si nasconde, si evita di mostrare per andare incontro all’idea che la società ci impone, per debolezza o semplicemente per comodità. Questo potrebbe essere il senso di “Bruciati”, se se ne vuole trovare uno soltanto.

Allo ZTN Stefano Ariota dirige il testo di Antonio Mocciola, con interpretazione di Marina Billwiller, Ivan Improta, Simone Alfano. L’opera è piuttosto enigmatica e di difficile interpretazione e apre lo spazio verso una miriade di temi piuttosto delicati e scabrosi.

Gli eventi girano attorno a tre personaggi: una coppia, Anna e Ilario, gelidi e intrappolata in una relazione claustrofobica, senza più un briciolo di sentimento, che possa essere passione o del semplice affetto; Marco, amante di Ilario, in perenne attesa di avere il proprio amato tutto per sé, desiderio che probabilmente non si avvererà mai e poi mai. Sullo sfondo c’è la storia del figlio dei primi due, sempre nominato ma eternamente assente.

I personaggi si trovano davanti a un tetro senso di incomunicabilità, ognuno di essi occupato nel proprio monologo continuo, inascoltati l’uno dall’altro. Non è una storia di un triangolo, bensì un racconto di tre rette parallele che viaggiano senza mai incontrarsi, senza mai trovare un collegamento emotivo. Considerando sempre che tutto sia come ci appare superficialmente.

Perché “Bruciati” fornisce una serie di indicazioni che si contraddicono in continuazione, lasciando un senso di estraniamento anche nello spettatore. Pure per quel che riguarda i temi toccati, ce ne sono un’infinità: dall’assenza e appunto l’incomunicabilità, fino a quelli più prettamente sociali, come la caducità dei rapporti familiari o l’impossibilità di vivere la propria omosessualità con libertà.

L’opera è piuttosto ostica e non di semplice interpretazione proprio per questo motivo e lascia nel disvelamento del finale ancora più dubbi in chi sta assistendo al succedersi degli eventi.

Buona la prova della regia alle prese con questo testo enigmatico, che riesce a dare quel senso di ansia mista a noia, facendo uscire bene lo scopo dell’autore, attraverso la separazione grafica dei due ambienti, quello familiare e quello extra-coniugale, grazie all’uso sapiente di luci colorate e dell’audio.

Gli attori sono chiamati ad una prova piuttosto difficile: molto bene Marina Billwiller, che riesce sempre a dare la giusta emotività senza eccedere e senza essere mai sotto tono; ostica la prova della controparte maschile, senza inibizioni, pur senza considerare la componente più fisica della recitazione: Ivan e Simone hanno lavorato scavando nel profondo, per portare all’aria aperta, nei rispettivi monologhi quello che c’è nel fondo dell’animo umano, esplorandone i luoghi più nascosti e spaventosi. E forse è questo nel complesso il senso ultimo di “Bruciati”: un viaggio nella complicata, terrificante e più viva natura umana.

Francesco Di Maso