E’ un crogiolo di storie Amleto a Gerusalemme prodotto da Teatro Stabile di Torino, ideato, scritto e diretto da Gabriele Vacis, che ha fruito della collaborazione creativa di Marco Paolini.

Non solo perché c’è un po’ di Amleto e i percorsi personali dei giovani attori palestinesi coinvolti, ma ci sono anche, pulsanti sottocoperta, tracce del primo gruppo di Vacis, il Laboratorio Teatro Settimo, con uno stile preciso fatto proprio di quei segni, di oggetti e tagli di luce, di comune e debordante, di povero ed estroso: lo spettacolo, corale, frontale, biografico e letterario, sembra anche un omaggio ad Antonia Spaliviero, tra le fondatrici della compagnia, scomparsa troppo presto. Qui un esercito di bottiglie di plastica, illuminate a dovere, diventa una città, assumendo significati altri e alti, evocando mondi immaginati e desiderati. C’è tanta energia nell’intarsio di queste vicende di ragazzi palestinesi a Gerusalemme, tutti maschi, che la curiosità verso il teatro porta a ritrovarsi e raccontarsi, confrontandosi con un capolavoro occidentale come Amleto. 14_Amleto a Gerusalemme_prove_MG_2067Il figlio del re di Danimarca e la sua urgenza di vendetta sono sbocconcellati nelle esperienze di questi giovani, inabissati come lui nell’incertezza, forse meno rabbiosi, meno assetati di rivalsa. Ad un tratto la città di bottiglie sollevata su una piattaforma si sgretola, cadendo sul capo agli attori schierati, che poi, tenaci, la ricostruiscono, ricominciando a vivere. E Paolini? Narra un incontro umano e professionale con la solita malia e materializza con le parole una Gerusalemme vivida e stellata, invasa da pellegrini ecumenici e da persone che cercano la loro verità a costo dell’incolumità. Ciascuno dei cinque attori palestinesi ha lo spazio di un ritratto personale, sottolineato dalla proiezione, sul fondale, di una grande foto, che lo ritrae con un genitore. Sono volti eleganti, senza sorriso. Si percepisce l’amore per la loro terra, nonostante la fragilità del quotidiano. Amleto e Gerusalemme si trovano agli antipodi, a ribadire l’eterno conflitto dell’uomo con sé stesso e gli altri. E questo specchio, che è il teatro-racconto-verità, manifesta un suo fascino sinuoso nel lindore delle immagini e afferma il proprio significato nel farsi traghettatore di passioni.

Maura Sesia