“Quando sei qui aspetta in silenzio; quando te ne andrai via da qui non fare silenzio’ gridava in un mio spettacolo una donna che poi ha deciso di uccidersi anche lei, credo, per amore. Vorrei dedicare a lei questo spettacolo”. Con questo omaggio a una attrice amica morta suicida, sussurrato a microfono, il regista Pippo Delbono da il via alla sua “Madama Butterfly” presentata in prima assoluta al Teatro di San Carlo nell’ambito di “San Carlo Opera Festival”, rassegna estiva del Massimo napoletano.

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Una scena della Madama Butterfly diretta da Pippo Delbono (ph Francesco Sgueglia)

Una poetica Butterfly che si muove in una scena di un bianco accecante dove l’unico “movimento” è dato da porte che si aprono e si chiudono e l’unica “distrazione” è offerta da una finestra aperta sul mare e da fiori vermigli che lo stesso regista sistema in scena prima che petali argentati cadano dal graticcio. Ma comunque a colpire lo spettatore è il bianco che riporta al limbo dei sogni. Nel primo atto anche i costumi sono bianchi, sia quelli del Coro che quelli della protagonista Cio-Cio-San e di Delbono che da regista (come ormai d’abitudine) diventa narratore, un narratore che parla poco (dopo la dedica iniziale interviene solo per leggere i versi brevi di Questo amore di Jacques Prévert) ma si muove molto andando avanti e indietro dalla sala al palcoscenico. Nel secondo atto i costumi della protagonista e del regista diventano neri. E poi rosso quello di Cio-Cio-San, nel finale suicida.

Il dramma pucciniano è ben conosciuto: una geisha di appena 15 anni viene sposata per finta da uno spavaldo tenente americano che dopo averla messa incinta parte e sparisce per tre anni per poi tornare con la moglie e prendersi il figlio naturale. Un dramma d’amore che si chiude con il suicidio della protagonista. Delbono lo racconta a modo suo inserendoci anche l’immancabile Bobò, sordomuto salvato dal manicomio criminale di Aversa e diventato con gli anni presenza costante di tutti i suoi spettacoli. La fragilità e il dolore della protagonista e di tutti quelli che vivono un dramma d’amore si materializza tangibile con lui, che diventa ogni volta testimone della fragilità del mondo.

Interessante e ben concertata la prova del direttore d’orchestra Nicola Luisotti (direttore musicale del San Carlo dal 2012) apparso molto a proprio agio in una partitura dominata con esperienza e bravura (oltre 70 le recite di Butterfly da lui dirette e qualche giorno prima del San Carlo al San Francisco Opera dove anche lì ricopre il ruolo di direttore musicale). Bella la prestazione del Coro diretto dal maestro Salvatore Caputo soprattutto nel secondo atto “a bocca chiusa”. Convincente Raffaella Angeletti nel ruolo di Cio-Cio-San, per la prima volta Butterfly con caschetto nero nel terzo atto per volere di Delbono; convincente, ma a volte enfatico Vincenzo Costanzo, Pinkerton. Bravissimi Sharpless interpretato da Marco Caria e Suzuki interpretata da Anna Pennisi. Applausi convinti e dovuti anche per Goro, Andrea Giovannini. Nel cast anche Miriam Artiaco, Nino Mennella, Abramo Rosalen, Alessandro lerro, Paolo marzolo, Clorinda Vardaci, Giuseppina Benincasa. Tenerissimi, soprattutto quando vengono accostati a Bobò, i due bambini Giorgio Mastrantuono e Gabriele Greco che si alternano nel Dolore. Eleganti i costumi di Giusi Giustino.

Applausi convinti per tutti alla seconda recita e qualche fischio per Delbono. Ci si chiede alla fine perché il regista scelga ostinatamente (lo stesso è nella Cavalleria Rusticana ripresentata al San Carlo anche in questo scorcio estivo) di stare in scena. L’unica risposta che si riesce a dare è: ma perché è Pippo Delbono.

 

Raffaella Tramontano