Una drammaturgia originale densa di spunti di riflessione per un pubblico selezionato.

alla_luce_1Uno spazio angusto racchiuso tra enormi tendoni neri è quello in cui vengono accompagnati i pochi spettatori del Teatro Era di Pontedera (non più di trenta) che hanno la possibilità di presenziare a una cerimonia molto privata. Il luogo scenico è un parallelepipedo claustrofobico – un non-luogo isolato dal resto della civiltà – dentro al quale l’uditorio è testimone di qualcosa di mai visto prima. Quattro individui ciechi giungono per giocare a una speciale partita di carte che farà acquistare la vista al vincitore. È questo l’inizio di “Alla luce” di Michele Santeramo per la regia di Roberto Bacci. I contendenti sono i coniugi Mario (Tazio Torrini) e Maria (Silvia Pasello) e i fratelli Filippo (Michele Cipriani) e Antonio (Francesco Puleo). Le prove da superare, tutte elencate nel libro “Alla luce” che ciascun contendente ha ricevuto e ha dovuto studiare in precedenza, non sembrano particolarmente difficili da affrontare e riguardano i principali sentimenti dell’essere umano: rivalità, tradimento, crudeltà, disprezzo, violenza, prevaricazione, paura della morte. Ma in cosa consiste la partita?

Un croupier (Sebastian Barbalan), che gestisce il gioco e si fa arbitro della competizione, fa pescare a ogni giocatore una carta e chi si aggiudica la più alta ha la possibilità di scegliere da un altro mazzo quella che rappresenta una delle prove di cui sopra. A quel punto proclama ad alta voce quale sia l’esame e chi tra i suoi avversari deve sostenerlo. Per tutto il tempo i quattro devono continuare a contenere le loro emozioni, qualunque cosa succeda. Tutto qui. Molto semplice. Quale occasione migliore, dunque, per tentare la propria sorte e avere finalmente la possibilità di poter vedere. Eppure le cose potrebbero essere più difficili di quanto si sia messo in conto e il croupier lo annuncia subito e lo ripete senza sosta per buona parte della performance.

alla_luce_2Di tali difficoltà si accorge subito Mario, quando Antonio vince la prima prova e, scegliendo la carta del tradimento, decide che Maria deve avere un rapporto sessuale completo con Filippo. La donna non ha la minima titubanza, laddove Filippo manifesta il suo disagio perché è vergine e Mario riesce a stento a trattenere la sua gelosia. Ma non ci si può sottrarre alla prova decisa per non perdere la partita. E siamo solo all’inizio. Col passare delle prove lo spettatore è coinvolto, insieme con i personaggi, in un vortice implacabile di emozioni diverse che mettono a dura prova la stabilità emotiva e psicologica dei quattro, che danno sfogo, chi più chi meno, ai loro sentimenti più profondi. Si viene quindi a conoscenza di drammi passati e presenti che hanno distrutto, e continuano a farlo, la vita di ciascuno dei protagonisti: a quel punto mantenere un atteggiamento di atarassia è davvero difficile, quasi impossibile. Eppure la volontà di ottenere la vista è l’obiettivo più importante, perché, a differenza di quanto afferma più volte il croupier («Vedere non è per tutti, sapere non è per tutti. Non vedere ha i suoi vantaggi») in fondo loro sanno che la luce è verità e lo dice apertamente Mario: «Devo vedere per non avere dubbi, per sapere». Ma alla fine ciascuno si dovrà rendere conto che forse le cose sono diverse da come le si erano pensate.

alla_luce_3La contrapposizione tra luce/verità e tenebra/menzogna non è certo un argomento inedito e vanta una tradizione plurimillenaria, pagana a cristiana. Ma al contempo c’è stata una profonda riflessione che ne ha ribaltato il senso e se per Giordano Bruno «la tenebra è chiarezza», per Albert Camus «la verità come la luce accieca» e «la menzogna, invece, è un bel crepuscolo, che mette in valore tutti gli oggetti». Non a caso entrambi gli intellettuali sono stati fonte di ispirazione per Michele Santeramo. Ecco allora che quando i vincitori acquistano la capacità di vedere, fanno fatica a guardare e non solo perché non vi sono abituati, in quanto neo-vedenti. La cecità permetteva loro infinite soluzioni e una libertà senza confini perché l’immaginazione poteva costruire il mondo e i suoi fenomeni senza dover sottostare alla dittatura della luce, come riconosce Maria, che pur di non rischiare si fa strappare gli occhi dal croupier. La vista ha il potere di rendere chiunque un essere umano, certo, e questo è ripetuto più volte nel dramma, ma come il conduttore del gioco ci ricorda fin dall’inizio «essere umani non è per tutti, bisogna aprire gli occhi e capire» se lo si può diventare.

E a buon intenditor poche parole!

Pontedera – TEATRO ERA, 1 novembre 2014.

Diego Passera

ALLA LUCE. UNA PARTITA A CARTE TRA QUATTRO CIECHI, AL CONFINE DELLA NOSTRA NOTTEAutore: Michele Santeramo; Regia: Roberto Bacci; Costumi: La Scaletta Creazioni di Maria Giovanna Nardi; Spazio scenico: Roberto Bacci; Direzione tecnica: Sergio Zagaglia; Allestimento e luci: Stefano Franzoni; Immagine e grafica: Cristina Gardumi; Organizzazione e produzione: Angela Colucci, Eleonora Fiori, Manuela Pennini; Ufficio stampa: Micle Contorno, LeStaffette Raffaella Ilari e Marialuisa Giordano; Comunicazione web: Pier Giorgio Cheli; Foto: Alice Casarosa; Produzione: Fondazione Pontedera Teatro.

Interpreti: Sebastian Barbalan (Croupier), Michele Cipriani (Filippo), Silvia Pasello (Maria), Francesco Puleo (Antonio), Tazio Torrini (Mario).

Foto: Roberto Palermo.