Corriere Spettacolo intervista Alessandro Preziosi in occasione della tappa fiorentina del suo “Don Giovanni” al Teatro Verdi.

«È un ciclo che si chiude non casualmente» quello che ha visto Alessandro Preziosi protagonista delle tre produzioni Khora.teatro di “Amleto”, “Cyrano” e “Don Giovanni”, quest’ultimo in scena al Teatro Verdi di Firenze dal 27 al 30 novembre dopo il debutto al Teatro Gentile di Fabriano lo scorso 31 ottobre. Il progetto produttivo, in collaborazione con il Teatro Stabile d’Abruzzo, infatti, aveva l’obiettivo di «portare in scena grandi classici del teatro rivolti a un vasto pubblico popolare» dimostrandone la grande attualità. Abbiamo per questo chiesto ad Alessandro Preziosi: quanto il teatro del Seicento ha ancora la forza di parlare alla nostra società?

Moltissimo! La società di oggi sembra specchio del XVII secolo, sia da un punto di vista filosofico, ma anche sociale e culturale. Infatti questi testi, tra divisioni, spensieratezze e passioni smodate, non fanno che riflettere l’avvento dell’età moderna. Anche in questo senso “Don Giovanni” chiude il cerchio: non ci sono più solo Paradiso e Inferno (quest’ultimo rappresentato da Don Giovanni), ma esiste anche il Purgatorio di cui si fa immagine Sganarello; insomma l’uomo può scegliere.

Prima di soffermarci sullo spettacolo… lo scorso settembre hai vinto il premio “Le Maschere del Teatro” per il monologo “Cyrano sulla luna”. Ci racconti di questo lavoro e che valore ha per te questo premio?

Un premio è sempre un riconoscimento non di un solo evento, ma è legato a tutto il lavoro fatto in questi tre anni con il “Cyrano” e poi al successivo approfondimento in “Cyrano sulla luna”. È stato per me emozionante riceverlo a Napoli e condividerlo con Tommaso Mattei, il TSA e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione.

Il “Don Giovanni” è forse l’opera più rimaneggiata e riscritta della drammaturgia occidentale, che ogni società ha riadattato ai propri dettami sociali. Voi avete scelto la versione di Molière, come avete lavorato sul testo?

Siamo rimasti fedeli al testo, si tratta soprattutto di un adattamento linguistico, con lo scopo di renderlo più poetico e più contemporaneo. Nella struttura pochi cambiamenti, in particolare abbiamo inserito il prologo: l’uccisione del Commendatore da parte di Don Giovanni, motore poi di tutta la vicenda.

Più volte hai affermato che, come attore e come uomo, vedi nel personaggio di Don Giovanni una possibile speranza di redenzione. Ci spieghi in che modo questo personaggio diventa modello per una speranza in senso cristiano?

Sì, la speranza è legata al pubblico. Don Giovanni rappresenta la cavia, la vittima sacrificale della società in cui vive. È esempio di come non ci si deve comportare e in questo confronto dialettico il pubblico può smascherare l’ipocrisia; anche in rapporto a Sganarello, personaggio deleterio perché cerca di compiacere Don Giovanni. Inoltre Don Giovanni, anche attraverso il suo servitore, cerca continuamente di farsi dire la verità, l’autenticità è quasi sempre coperta dall’ipocrisia. Nel finale Don Giovanni capisce che l’ipocrisia è un vizio alla moda e quindi decide di comportarsi come tutti.

Cosa ci dici riguardo all’allestimento «postmoderno e cinematografico»? Lo spettacolo avviene in uno spazio scenico vuoto, mentre i luoghi in cui si svolge la vicenda sono creati da una proiezione video. Perché questa scelta?

La scelta deriva anche dalla natura del testo, ci sono tre esterni e due interni. Volevo “uscire dalla scenografia”, evitare un’ambientazione precisa, dare più spazio all’immaginazione e più libertà agli attori.

Cosa c’è in te di Don Giovanni? Su cosa hai lavorato per interpretare questo personaggio?

La leggerezza e la gioia, nella prima parte; una volontà quasi infantile di scardinare le ipocrisie, le incertezze e le insicurezze altrui. La seconda parte è un piano sequenza verso la morte, ho lavorato molto sul palco, non volevo giudicarlo. Il “Don Giovanni” è anche la messinscena della seduzione, non solo quella femminile, ma di tutti, intesa soprattutto come persuasione linguistica.

Mariagiovanna Grifi