La copertina di "A forza di fuoco"

La copertina di “A forza di fuoco”

A forza di fuoco” è l’ultimo lavoro di Army, alias Armando Fusco cantautore napoletano con la passione per la musica pop, soprattutto quella italiana. Non è un caso infatti che abbia iniziato incidendo alcune cover, dopo aver fatto per un breve periodo parte degli Hueco. Nel 2011 pubblica il suo primo album “I gusti grigi della solitudine”  prodotto da Dagon Lorai, leader dei Inguine Di Daphne, che naturalmente ha puntato molto su sonorità cupe dal synth-pop alla new-wave anni Ottanta. Nel 2012 pubblica “Elettrifichi il mio cuore”,  album più chitarroso e dalle sonorità più dure: meno elettronica, più rock.

Nell’ultimo lavoro Army decide di omaggiare la notte componendo una sorta di concept, cercando però di buttarla completamente su suoni elettronici, abbandonando gli strumenti acustici. In questo si è fatto aiutare da MauSS, Tommy Box, e Frencio&Masi che oltre ad aver scritto tutti i brani presenti in questo Ep, hanno pensato agli arrangiamenti, alla programmazione delle drum-machine e dei sintetizzatori. L’album contiene sei brani inediti, di cui due in inglese, più un remix di MauSS di “In misura totale”.

Army propone in questo caso un synth-pop estremamente minimale  riducendo gli arrangiamenti all’indispensabile, puntando tutto sull’impianto retorico evidenziato dalle atmosfere cupe delle sonorità. Se il riferimento musicale più diretto che viene in mente è quello dei Depeche Mode, quelli più elettronici di “Black Celebration” (riferimento che sembra palese in “Fading love”, uno dei due brani in inglese), il riferimento poetico è sicuramente quello battistiano del periodo Panella, con i vari autori a rotazione che disegnano una serie di immagini e nosense molto interessanti.

Si inizia con la ballata e title-track, “A forza di fuoco” in pieno stile panelliano, si continua con lo strumentale “Sad thinking”, e con “In misura totale”, sicuramente il miglior momento dell’album. Si chiude su un’altra ballata, la tormentata “Come mi sento”. Se il riferimento è ai primi Depeche Mode, è la loro solidità a mancare, sacrificata alla complessità dei testi che raggela, con molta probabilità volontariamente, l’atmosfera dell’album. Testi che tagliano via ogni accenno di melodia a favore di una verbosità portata molto spesso all’eccesso. Le intenzioni restano comunque buone, per quanto sia probabilmente un piccolo passo indietro rispetto ai precedenti lavori.

Napoli – 16 Dicembre 2013

Francesco Di Maso